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home/indice referendum procreazione assistita/l'ebraismo e i quesiti referendari
di Elena Loewenthal
IL vessillo della vita è il cavallo di battaglia della campagna referendaria
(anzi, anti-referendaria) per l'astensione.
Noi siamo per la vita, la scegliamo e la difendiamo, recitano gli slogan sui
cartelloni pubblicitari.
E' questo un troppo facile argomento ex silentio che insinua la tacita
rispondenza con chi, d'opposto parere, dovrebbe stare dalla parte della morte.
L'accostamento risulta grottesco se, come capita nell'economia urbana degli
spazi pubblicitari, cartelloni di questo tenore stanno fianco a fianco alla
propaganda di agenzie di onoranze funebri con i loro pacchetti di offerte per
defunti e congiunti.
La banalità di questi perentori richiami alla vita per invitare
all'astensione, ignora infatti un'altra banalità. Che non ci sarebbe bisogno
di enunciare, se non fosse che gli slogan per l'astensione la negano: e cioè
che si è per la vita anche sull'altro fronte.
Che nessuno è per la morte, cioè il contrario della vita.
Questo referendum è davvero un busillis: scardina schieramenti politici,
spiazza sistemi di pensiero.
Dovrebbe appassionare ben più di una normale chiamata alle urne della routine
politica con la sua scontata etologia.
Su queste faccende siamo tutti in gioco.
Riguardano anima e corpo di tutti, come capita di rado.
Nemmeno le religioni, in questo caso, sono un compatto e unitario fronte della
fede: perché la vita è davvero una cosa delicata.
E così, in nome di uno dei suoi precetti primari, "scegli la vita e non la
morte" (lo stesso che impone di guardare prima di attraversare la strada, per
non mettere se stessi a repentaglio), l'ebraismo offre ad esempio soluzioni
ben diverse da quelle su cui si schiera il cattolicesimo.
La normativa tradizionale del popolo d'Israele, infatti, consente l'aborto
quando la madre corre rischio di vita (anche questo è: scegli la vita!) e,
quanto all'embrione, ammette che nei quaranta giorni successivi al
concepimento non si può ancora parlare di vita vera e propria, bensì di
un'"acqua" indistinta, una sorta di brodo primordiale della persona.
In nome del precetto categorico ammette la fecondazione artificiale, proprio
perché porta vita e ottempera all'imperativo biblico del "crescete e
moltiplicatevi". Nutre perplessità verso la fecondazione eterologa perché la
considera "destabilizzante" nel contesto familiare, vuoi per una remota
affinità con l'adulterio, vuoi perché insinua l'eventualità di inconsapevoli
incesti.
Ma ammette la possibilità di ricorrere a questo mezzo, in casi particolari:
non c'è dunque una ragione di principio sovrastante tutte le altre.
Ritiene proficuo usare gli embrioni eccedenti, per una ricerca medica volta a
salvare vite.
Nel suo complesso, dunque, il "scelgo la vita!" dell'ebraismo ha connotati
opposti a quelli del fronte per l'astensione.
Eppure, questa resta la priorità: tanto ovvia quanto meditata da una lunga
tradizione di pensiero.
Fare di questo imperativo lo slogan di una campagna politica è allora tanto
pretestuoso quanto approssimativo.
La vita la scegliamo tutti, da che mondo è mondo.
elena.loewenthal@lastampa.it