Comunicato stampa de "La Sinistra in Consiglio" del 24 settembre 2007
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Rassegna Stampa
I ribelli della sinistra si lagnano di nuovo, Cofferati sbuffa - da "Il Resto del Carlino" ed Bo del 25 settembre 2007 (file pdf)
Il patto con la destra? Due anni fa Caronna "tubava" con Raisi - da "Il Resto del Carlino" ed Bo del 25 settembre 2007 (file pdf)
Cofferati congela la crisi per 48 ore - da Corriere Bologna del 25 settembre 2007 (file pdf)
Il sindaco appeso alla "colomba" Milena - da Corriere Bologna del 25 settembre 2007 (file pdf)
Tira davvero un'aria di bufera in Comune - da "Il Bologna" del 25 settembre 2007 (file pdf)
Ultimatum a Cofferati: "Noi o An" - da "Il Domani" del 25 settembre 2007 (file pdf)
Ultimatum al Cinese: "O con noi o con An" - da La Repubblica ed Bo del 25 settembre 2007 (file pdf)
Unione sull'orlo di una crisi di nervi - da La Repubblica ed Bo del 25 settembre 2007 (file pdf)
Maggioranza, tre giorni per non fare crack - da "L'Unità Bologna" del 25 settembre 2007 (file pdf)
Ultimatum a Cofferati: "O stai con la sinistra o con An" - da "Liberazione" del 25 settembre 2007 (file pdf)
A Bologna si è sperimentata una ipotesi di crisi politica - Il portatore di differenze è un valore, serve un vero punto d'accordo - da "Liberazione" del 25 settembre 2007 (file pdf)
Bologna - Cofferati tiene a mollo la sinistra - di Giusi Marcante - da "Il Manifesto" del 25 settembre 2007 (file pdf)
Loreti: "è' crisi se Cofferati firma il patto con An" - da "Il Domani" del 25 settembre 2007 (file pdf)
Entrano in azione i "pompieri" - da "Il Resto del Carlino" ed Bo del 26 settembre 2007 (file pdf)
Il "patto con il diavolo" e i pronostici in città - da Corriere Bologna del 26 settembre 2007 (file pdf)
"Sergio, ora scegli. Sulla sicurezza politica fascista - da Corriere Bologna del 26 settembre 2007 (file pdf)
Monteventi e Bifo, prove di lista dei movimenti - da La Repubblica ed Bo del 25 settembre 2007 (file pdf)
Carlo Galli: "I nuovi sindaci vanno oltre gli schieramenti" - da "L'Unità Bologna" del 26 settembre 2007 (file pdf)
Cofferati sostituisce Rifondazione con An - da "Libero" del 26 settembre 2007 (file pdf)
Così Tex Cofferati perse la maggioranza - da "L'Indipendente" del 26 settembre 2007 (file pdf)
Cofferati dialoga con AN? La sinistra si scopre gelosa - da "Il Secolo d'Italia" del 26 settembre 2007 (file pdf)
Fanti: "Il sindaco avrebbe dovuto parlare alla coalizione" - da "L'Unità Bologna" del 26 settembre 2007 (file pdf)
Tisana scacciacrisi a Milena naldi (Sd), Cofferati se la ride - da "Il Resto del Carlino" ed Bo del 27 settembre 2007 (file pdf)
Crisi, il verdetto a Cofferati - da Corriere Bologna del 27 settembre 2007 (file pdf)
Cofferati lascia a mollo la Sinistra fino a ottobre - da "Il Bologna" del 27 settembre 2007 (file pdf)
"Rompere ora produrrebbe solo macerie e ferite non sanabili" - da "Il Domani" del 27 settembre 2007 (file pdf)
Sicurezza e intesa con An. E' il giorno della verità - da "Il Domani" del 27 settembre 2007 (file pdf)
Maggioranza, la resa dei conti - da La Repubblica ed Bo del 27 settembre 2007 (file pdf)
Vertice anti crisi il 3 ottobre. Sd: "E' troppo tardi" - da "L'Unità Bologna" del 27 settembre 2007 (file pdf)
A Bologna la sinistra pensa al dopo Cofferati - da "Il Manifesto" del 27 settembre 2007 (file pdf)
Fanti: "Accordo con An a Bologna? Io li combattevo" - da "Liberazione" del 27 settembre 2007 (file pdf)
Rassegna del 28 settembre 2007 sulla politica bolognese e la crisi - (file pdf - 2,6 Mb)
Maggioranza, è il giorno della verità. Naldi: "Servirebbe un miracolo laico" - da "Il Bologna" del 3 ottobre 2007 (file pdf)
Schiaffo di Naldi: no all'assessorato. E la margherita attacca il sindaco - da "Corriere di Bologna" del 3 ottobre 2007 (file pdf)
Rifondazione lascia la maggioranza - da "Il Manifesto" del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Per Cofferati un avviso di crisi da Rifondazione - da QN del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Rifondazione e compagni pronti ad uscire. Cofferati perde i pezzi - da "Il Resto del Carlino" del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Il prefetto non blocca il corteo di Crash - da "Corriere di Bologna" del 4 ottobre 2007 (file pdf)
L'Unione "perde" l'Altra Sinistra - da "Il Domani" del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Il sindaco diserta il vertice: "Pronto a vedere Crash e prefetto" - da La Repubblica ed Bo del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Bologna, Cofferati non spiega e la Sinistra se ne va - da "Liberazione" del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Bologna, Rifondazione apre una strana crisi - da "L'Unità " del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Addio di Rifondazione, salta la maggioranza - da "Corriere di Bologna" del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Prc lascia, la giuntasi spacca - da La Repubblica ed Bo del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Rifondazione lascia il Cinese: "E' lui che ha voluto il divorzio" - da La Repubblica ed Bo del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Ora la giunta Cofferati è appesa ad un filo - da "L'Unità Bologna" del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Il Prc lascia la maggioranza, critiche in giunta a Cofferati - da "La Repubblica" del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Unione, strappo a Bologna. Il Prc abbandona Cofferati - da "Corriere della Sera" del 4 ottobre 2007 (file pdf)
Monteventi si dimette e pensa all'alternativa - da "Il Resto del Carlino" del 9 ottobre 2007 (file pdf)
Crisi Unione, i primi addii - da "City" del 9 ottobre 2007 (file pdf)
Panzacchi e Monteventi salutano la maggioranza - da "Corriere di Bologna" del 9 ottobre 2007 (file pdf)
Panzacchi e Monteventi lasciano mentre Naldi (Sd) prende tempo - da "Il Domani" del 9 ottobre 2007 (file pdf)
L'appello dell'Anpi al centrosinistra: "restate uniti" - da "Il Domani" del 9 ottobre 2007 (file pdf)
Michelini (Anpi): "L'Unione stia unita" - da La Repubblica ed Bo del 9 ottobre 2007 (file pdf)
L'Anpi: "L'unione non si divida" - da "L'Unità" ed Bo del 9 ottobre 2007 (file pdf)
Crisi in consiglio, resa dei conti in Giunta - da "L'Unità" ed Bo del 9 ottobre 2007 (file pdf)
Nella giunta Cofferati si allarga ancora lo strappo a sinistra - da "Secolo d'Italia" del 9 ottobre 2007 (file pdf)
Cofferati sfiduciato dalla sinistra, a Bologna la maggioranza si sfascia - da "Il Messaggero" del 9 ottobre 2007 (file pdf)
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home/rassegna stampa/Un programma di alcuni "punti per la fine del mandato
La Sinistra in Consiglio
Un programma di alcuni “punti” per la fine del mandato

f.to Luciano Nadalini
1. Premessa politica
2. Per un nuovo percorso democratico e partecipativo.
Per una città metropolitana e nuove municipalità.
3. Per una città sicura e solidale.
Sicurezza degli uomini e delle donne che vivono e lavorano in città
Lotta alla povertà e accoglienza
4. Tutela dell’ambiente e del territorio
Città bella e sostenibile
Psc, approvazione, applicazione e concorsi di progettazione
Bologna…città bella e gradevole
Città equilibrata, policentrica che si muove sul ferro. SFM
5. Casa e strutture collettive di alloggio
6. Città produttiva
Lavoro, nuove professioni, opportunità e precarietà
7. La città e i giovani, scuola e cultura
Nuovi spazi autogestiti e opportunità culturali
Sport e aggregazioni
La scuola un bene comune
8. I costi e l’efficacia della nostra politica

f.to Luciano Nadalini
1. Premessa politica
L’Amministrazione del Comune di Bologna ha realizzato in questi tre anni parte
degli obiettivi contenuti nel programma; e nel fare questo si è potuta
avvalere del nostro contributo.
Purtroppo però, più volte il Sindaco e la Giunta hanno proceduto da soli, a
strappi, senza la dovuta attenzione verso le associazioni dei cittadini che lo
hanno votato e verso la coalizione di centro-sinistra che ha vinto le
elezioni.
La stessa supponenza delle forze di centro della coalizione ha determinato più
volte un clima di reciproco sospetto. E quindi non si può che denunciare la
pericolosa deriva verso l’autosufficienza che aleggia tra quanti stanno dando
vita al PD. E’ questa una logica ancora più incomprensibile, se si pensa che
ci sono le condizioni per governare senza i voti della “Sinistra in
Consiglio”: o qualcuno pensa di stracciare il patto con gli elettori e di
governare con i voti di forze di centro-destra?
Come ben si è visto il “riformismo dall’alto” o le accelerazioni leaderistiche
non sono gradite dai cittadini che hanno dato vita a una campagna elettorale
di grande partecipazione ed è quindi necessario, visti i danni (che si
configurano, in sostanza, come una crisi di fiducia) che già si sono prodotti
nel rapporto con i cittadini, ricostruire il rapporto con quel tessuto
democratico stabilito durante la campagna elettorale che fu la vera forza
della vittoria del centro-sinistra e che ancora permane come grande forza
positiva nella nostra città.
Noi rilanciamo quindi, in maniera del tutto costruttiva, la necessità e la
proposta di un accordo delle forze di maggioranza per la qualità del governo
dei prossimi 20 mesi.
E sosteniamo l’esigenza di un nuovo patto con la città e le associazioni che
si sono riconosciute o si riconoscono nel programma di trasformazione della
città.
Per questa ragione abbiamo ritenuto opportuno, in questo momento difficile,
presentare questo documento (parziale ovviamente, ma anche ricco e dettagliato
su alcuni temi), per proporre una riflessione comune positiva sul
centro-sinistra e il suo rapporto con la città.
2. Per un nuovo percorso democratico e partecipativo
Bisogna partire dal coinvolgimento delle persone che intendono continuare ad
avere un rapporto positivo e dialettico con il Comune, come di coloro che
hanno un rapporto critico; un rapporto in cui i cittadini abbiano il diritto
di essere informati, possano discutere le scelte possibili e partecipare alla
sottoscrizione di accordi per soluzioni concordate prima che il Comune nella
sua autonomia istituzionale assuma le decisioni definitive (un esempio per
tutti la decisione giusta e “sacrosanta” di permettere di costruire una
moschea nella città di Bologna).
Abbiamo bisogno di ricostruire un patto democratico con la città basato
su regole chiare per una partecipazione attiva e responsabile sviluppando ed
estendendo le esperienze partecipative sulla base di quanto si è già
realizzato in alcune importanti occasioni:
- informazione e conoscenza
- continuare le esperienze dei Forum per il coinvolgimento nella
individuazione degli obiettivi e impostare una nuova comunicazione e un nuovo
processo di ascolto;
- confronto e accordi
- elaborare con i rappresentanti dei cittadini intese e accordi sulle scelte e
sulle modalità per raggiungere gli obiettivi concordati prima delle decisioni
di competenza del Consigli e della Giunta.
Sappiamo che il tempo da qui alla fine del mandato non è molto, ma quel che
secondo noi conta è ricostruire il rapporto con la città e con le associazioni
presenti sul territorio.
Speriamo che sia chiaro a tutti che per i cittadini non sarà sufficiente
ascoltare il Sindaco e gli Assessori spiegare loro quanto di buono è stato
fatto: ci vuole dialogo e continua partecipazione.
Per una città metropolitana e nuove municipalità
Oggi si discute della necessità di dare un centro propulsore, una porta
d’ingresso alla Regione, superando la logica piuttosto dispersiva del
policentrismo, ma Bologna capitale non può che essere città
metropolitana.
Da molto tempo è evidente che la dimensione urbana, come le attività sociali
ed economiche e la mobilità quotidiana dei cittadini, va ben oltre i confini
della città.
E ancor di più il suo equilibrio energetico, ambientale, produttivo e
generazionale non può essere più ricercato all’interno dei suoi confini
amministrativi.
L’azione di governo per valorizzare le potenzialità esistenti e per affrontare
i problemi che si presentano deve ormai fare riferimento a un assetto
istituzionale nuovo basato sulla “fusione” tra il Comune e la Provincia di
Bologna e la trasformazione dei quartieri in nuove “Municipalità” con chiari
poteri decisionali e amministrativi adeguati ai bisogni locali dei cittadini e
delle loro più immediate attività economiche, sociali e culturali.
Questo è il momento di decidere:
- si può far leva sull’apprezzamento unanime verso gli
obiettivi, condivisi fra Amministrazione comunale e Presidenti di Quartiere,
di riforma del decentramento, con la finalità di completare il passaggio delle
deleghe ai quartieri, a statuto comunale vigente, entro il 2008. Tale
passaggio di deleghe fa parte di un progetto più complessivo di riforma del
ruolo dei quartieri, verso la nascita di veri e propri municipi, possibile
anche legislazione vigente ed ancor più coerente con il progetto della città
metropolitana, oggetto di delega che il governo dovrà esercitare;
- si condivide la scelta di “investire sul ruolo dei
quartieri” su servizi più vicini ai cittadini (grazie al completo
trasferimento delle deleghe sociali ai quartieri), sulla valorizzazione delle
occasioni di partecipazioni delle comunità alle scelte del governo locale, su
funzioni decentrate per le manutenzioni, la sicurezza e il lavoro (che, anche
attraverso appositi sportelli, rappresentino un riferimento certo per i
cittadini sul territorio), sulla figura del vigile di prossimità, citato
infinite volte (che opererà in raccordo con le forze dell’ordine sul
territorio).
3. Per una città sicura e solidale
Sicurezza delle donne e degli uomini che vivono e lavorano in città
Per noi della sinistra “sicurezza” è un concetto antico, e caro.
Ha accompagnato le lotte sociali per la sicurezza nel lavoro, per il diritto
alla casa e alla salute e per affermare i diritti elementari di rispetto della
vita e di garanzia per il futuro. Ha rappresentato una cultura diffusa nella
società civile che educava alla convivenza, al rispetto, al recupero e
all’inclusione oltre che alla reazione contro ogni forma di sopruso e di
negazione dei diritti conquistati.
E ancora di più lo difendiamo oggi di fronte alla crescita delle ingiustizie e
delle privazioni di diritti per il prevalere di logiche di sopraffazione e di
illegalità alimentate dalla società di mercato e ancor di più di fronte al
disprezzo verso i più poveri e i più deboli: la logica del branco che vediamo
crescere tra i giovani è solo lo specchio del branco che alimenta la società
degli adulti ricchi.
L’arrivo a Bologna, come in tante altre città, di lavoratori stranieri, uomini
e donne con culture, abitudini, esigenze di vita diverse dalle nostre si
colloca all’interno della nostra idea di sicurezza.
Abbiamo conquistato diritti di libertà per le donne e per gli uomini, come
cittadini e come lavoratori, anche da migliorare, ma riteniamo che debbano
valere ed essere rispettati da tutti.
Non ci può essere alcuna giustificazione per chi non rispetta la libertà e il
corpo delle donne, o per chi schiavizza le persone: italiano o straniero che
sia.
Proprio per questo noi non rinunciamo a questa idea di “sicurezza”: una idea
che tiene assieme la solidarietà con la difesa dei diritti e la tutela delle
persone da ogni tipo di vessazione o violenza.
Siamo consapevoli che oggi questo concetto si è imbastardito per il prevalere
di una cultura di destra a cui noi non intendiamo cedere.
E a chi lo riduce al concetto della “polizia” vorremmo ricordare che a Bologna
muoiono 250 persone all’anno per l’inquinamento dell’aria (dati OMS), decine
di persone per incidenti stradali o sul lavoro: dati impressionanti sulla
nostra insicurezza. E allora?
Come non ricordare agli amanti della legalità che a Bologna il consumo di
cocaina è a livelli inquietanti? E’ forse per questo che tra l’elenco dei
piccoli criminali di Bologna non compare il venditore di droga?
Ma non possiamo non vedere che la crescita dell’insicurezza nelle società di
oggi e ancor di più della crescita della diffusione della percezione
dell’insicurezza, particolarmente negli strati popolari e in particolare nei
settori più esposti delle città, è un problema della sinistra, un problema
nostro.
Riteniamo perciò l’iniziativa del Comune e le sue scelte finanziarie debbano
operare per estendere i servizi di sostegno e di solidarietà a fronte dei
bisogni che nascono dalla povertà e dall’isolamento: questo è il primo
obiettivo del prossimo bilancio e chiediamo a tutta la maggioranza di
centro-sinistra di affrontare le gravi difficoltà di vita dei cittadini
bolognesi e immigrati a basso reddito, lavoratori e pensionati, che sono in
regola con le leggi italiane.
Noi non confondiamo il concetto di sicurezza con quello di ordine pubblico e
proprio per questo sappiamo che esiste anche questo problema.
Non si può accettare certo che una persona, ancor di più se anziana o donna,
possa essere minacciata o sottoposta a violenza da chicchessia e per qualsiasi
ragione, dentro e fuori casa.
L’azione di contrasto alla criminalità organizzata e alla microcriminalità
deve essere condotta dalla forze di polizia, anche in stretto rapporto con i
sindaci delle città, utilizzando tutte le forme di dissuasione e di
allontanamento se e in quanto o possibili previste dalla legge, ma senza
ricercare ricette inutili e esclusivamente propagandistiche.
Le forse di polizia devono essere adeguate al bisogno di legalità delle
persone ma anche con la consapevolezza che la realtà ha la sua corposità: un
affamato se ruba una mela pone un problema ma non è un delinquente.
Dire che il problema della sicurezza non è di destra ne di sinistra, è una
banalità, quando poi si usano le parole d’ordine della “destra” come
tolleranza zero.
Ma le soluzioni, quelle sì, possono essere di essere di destra e di sinistra.
La destra alimenta soluzioni aggressive e violente prescindendo dai bisogni
dei più deboli e alimentando la contrapposizione tra quanti sono in fila per
una casa popolare o al pronto soccorso additando nell’immigrato il
responsabile della fila.
Così come fu facile a parole per Guazzaloca promettere sicurezza ai cittadini
del centro spostando i problemi ghettizzandoli in periferia, ma senza
riuscirci.
Non è così per la sinistra. Ed è una vera e propria falsità affermare che la
“sinistra” non sappia o non voglia affrontare il tema dell’ordine pubblico;
tutta la coalizione di centro-sinistra ha la maturità di impegnarsi seriamente
su questo tema senza bisogno di rincorrere gli inutili proclami e alle urla
delle forze di centro-destra.
E non vorremmo che la nostra coalizione di governo si facesse conquistare dal
pericolo denunciato da Baumann secondo cui la politica, su scala locale, non
essendo più in grado di esercitare la sua sovranità sull’economia, fa finta di
esercitarla sulla sicurezza: i sindaci non possono diventare degli “sceriffi”.
Rispettare legge e farle rispettare a tutti, italiani e stranieri, è un dovere
per un amministratore.
Mettere WC chimici in Piazza Verdi, pulire le strade o i muri, per esempio,
non è né di destra né di sinistra. Sono semplicemente servizi indispensabili
per difendere il senso civico di una comunità, ma la capacità di comprendere e
di dare risposte alle ragioni sociali del disagio, dell’emarginazione, è una
prerogativa della Sinistra.
Così come un’azione educativa e preventiva per impedire la proliferazione di
graffiti e tutelare il bene pubblico e privato da “eccessi artistici” non
desiderati, è condivisibile.
Ma certo, pigiare il pedale della criminalizzazione è sbagliato,
controproducente, come tutte le cose dove la propaganda prevale sulla realtà.
Assicurarsi che non si verifichino azioni moleste o intimidazioni ai semafori
o per strada, e se si verificano operare per impedirle, è una difesa doverosa
dei cittadini.
Dire e ripetere che dietro ad ogni lavavetro c’è un feroce racket bisogna
dimostrarlo, e se così fosse bisogna combatterlo, ma non si può non vedere il
disgraziato che ha semplicemente bisogno di mangiare. Molto meglio, quindi,
puntare su progetti che tentino di favorire il reinserimento e la creazione di
reti di lavoro dei lavavetri, in qualsiasi forma esse si possano realizzare:
cooperative sociali, piccole forme di emersione e di visualizzazione
dell’impegno sociale, ecc.
Così come i figli degli zingari, nomadi o stanziali, devono andare a scuola e
non essere sulla strada a rubare o a mendicare. La scuola è il più efficace
strumento di integrazione e deve essere considerata un obbligo per i genitori,
un diritto per i ragazzi e una discriminante per le politiche
dell’accoglienza.
In conseguenza della legge Bossi/Fini non sono state regolarizzate migliaia di
persone che stanno lavorando, in nero, a volte come schiavi, nei cantieri, nei
ristoranti, nei campi, nelle case.
Non sono criminali, ma lavoratori di cui imprese e famiglie hanno bisogno:
prioritario ci pare la necessità di regolarizzarli e di dare loro la sicurezza
del lavoro e sul lavoro.
Senza questa sensibilità finisce che diventa scontato, ovvio, che in galera ci
vanno solo i poveri, mentre i ricchi truffatori, come Tanzi, se la cavano
sempre.
Nella nostra città esistono esperienze molto significative di prevenzione e di
assistenza contro la violenza sulle donne, fra le mura domestiche e nelle
strade.
Per la sinistra il diritto alla libertà e alla sicurezza delle donne va
tutelato, tanto dai comportamenti violenti e possessivi di uomini di cultura
patriarcale e proprietaria, tanto dagli attacchi delle strutture clericali
come dalle tradizioni patriarcali e maschiliste delle comunità islamiche.
Le leggi e i diritti conquistati dai movimenti per le libertà civili e dal
movimento operaio vanno difese, devono essere conosciute e rispettate da
tutti, anche da chi proviene da paesi di culture e tradizioni diverse.
Noi di “sinistra” ci battiamo per valorizzar queste libertà e farle crescere.
Lotta alla povertà
Per una politica dell’accoglienza che non parta dal presupposto che i “poveri
disturbano”.
“I poveri disturbano” era il titolo provvisorio di “Miracolo a Milano”, il
film del 1950 con la regia di Vittorio De Sica, tratto da un testo di Cesare
Zavattini; forse è a quel mancato titolo che si sono ispirati i sindaci nella
montante battaglia contro lavavetri e anche quelli di centrosinistra corrono
il rischio di fare la guerra ai poveri, anziché la guerra alla povertà.
La situazione sociale di oggi si presenta diversa e aggravata da quella di
qualche anno fa: le nuove povertà, fino alle baraccopoli, senza dimenticare le
fasce di popolazione locale sotto la soglia di povertà, sono in gran parte una
manifestazione fisica della nuova povertà urbana, verso la quale è necessario
attivare azioni rivolte ai problemi che sono alla base della povertà.
Se è obiettivamente difficile per una amministrazione aggredire le vere cause
dell'insicurezza, non per questo gli amministratori possono affidarsi al
collaudato meccanismo del capro espiatorio: risorsa potente dell'impotenza
politica.
Oggi, chi ha creduto e chi crede che la sinistra sia il luogo naturale
dell'umanesimo, della solidarietà e dell'eguaglianza, vive un periodo di
confusione.
In queste settimane, con la nascita del Partito Democratico, si è accelerato
un processo di sfida alla destra con le stesse parole d’ordine della destra,
tipo: tolleranza zero.
Noi invece riteniamo che non si possa rinunciare ai valori fondanti della
sinistra e del cristianesimo sociale, la solidarietà a chi è in difficoltà,
l'aiuto al proprio simile che soffre.
Noi, che ai sindaci-sceriffi preferiamo i sindaci-architetti, riteniamo più
interessanti le tesi di Jaime Lerner, sindaco della città brasiliana di
Curitiba e presidente dell’Unione internazionale degli architetti che
affrontando la questione della crisi della città e della qualità della vita
degli strati sociali che vivono ai margini propone di avere come mira la
solidarietà (lui la definisce ultimo rifugio), per creare un movimento a
favore delle città in quanto a favore degli individui più deboli. Lerner
sostiene che, come trent’anni fa nacque un movimento a favore dell’ambiente (e
la sua diffusione è riuscita ad aumentare la sensibilità ambientale), oggi,
allo stesso modo, è necessaria una maggiore sensibilità verso gli ultimi.
Qualche anno fa, il giornale dei senza fissa dimora Piazza Grande
lanciava un appello per una “Bologna Solidale”:
«Le cronache cittadine rigurgitano di indignazione, allarme, terrore: sono
le voci di quei cittadini che non possono sopportare la vista dei senzatetto,
degli immigrati, dei girovaghi con cani al seguito, insomma dei poveri di ogni
specie e colore. “Sconcio e degrado” è il grido di guerra dei nobili crociati.
Anche noi gridiamo sconcio e degrado ad una città che tradisce la sua storia e
vuole trasformarsi in una fortezza di privilegiati all’arroganza dei nobili
crociati che pretendono per sé soli la qualifica di cittadini. Cittadini siamo
anche noi, che facciamo sentire la nostra voce con questo giornale. E
cittadini sono le donne e gli uomini che lottano per la giustizia sociale, per
i diritti delle donne, per l’equilibrio ecologico, per un lavoro a misura
umana, per il diritto allo studio e così via. A tutti questi chiediamo di far
sentire la loro voce, rivendicando il diritto alla cittadinanza in una Bologna
solidale».
Il 13 settembre 2004, Sergio Gaetano Cofferati, presentando il programma di
mandato, sembrava aver prestato attenzione a quell’appello:
“Ci sta particolarmente a cuore tutto ciò che riguarda il futuro delle
donne e degli uomini di Bologna nella loro vita quotidiana.Prospettiamo per
questo politiche di welfare che hanno come obiettivo dichiarato quello di
includere coloro che oggi sono ai margini. Anche una società ricca, come
quella bolognese, ha bisogno, sempre, di guardare a chi soffre, a chi è in
difficoltà. Superare le differenze, le divisioni, non è soltanto un elemento
di equità e di giustizia necessaria; ma anche una delle condizioni importanti
per assicurare al proprio territorio un fattore competitivo tante e troppe
volte trascurato. Dunque politiche mirate a includere e a rispondere ai nuovi
bisogni”.
Pochi mesi dopo però, il 21 marzo 2005, il clima è già cambiato: con il primo
sgombero sul Lungoreno, inizia una lunga pratica che si affida alle ruspe come
essenziale mezzo comunicativo, anche quando sarebbe utile il dialogo, il
confronto, l’intervento dei servizi sociali. Di questo hanno fatto le spese
anche muratori che stavano lavorando nei cantieri o rom che mandavano
regolarmente i figli a scuola.
Anche un fatto estremamente positivo come l’Istruttoria Pubblica sulle
Politiche per l’Immigrazione è la testimonianza concreta che le Politiche del
Comune di Bologna sono carenti o ritenute tali da tante associazioni e
cittadini, immigrati e non.
“Dalla padella alla brace”, era il titolo di un convegno sulle politiche per
l’immigrazione, fatto qualche anno
fa, e che, oggi, è ancora quello più adatto per segnalare il deterioramento
degli interventi del Comune di
Bologna nei confronti dei bisogni dei migranti, ma anche l’insoddisfazione
profonda rispetto alle politiche
che le amministrazioni che si sono succedute hanno portato avanti su questo
tema per più di 10 anni.
Noi riteniamo che non ci sia stata, fino ad ora, una politica adeguata per
permettere il diritto pieno di cittadinanza per i migranti, in primo luogo a
partire dalla questione dell’accoglienza e dell’abitazione.
I Centri di Prima Accoglienza
Per parlare dei CPA è bene ricordare che furono istituiti dalla legge Martelli
per “offrire una sistemazione alloggiativa dignitosa a pagamento…
nell’attesa di un alloggio ordinario in via definitiva”.
Avrebbero dovuto essere strutture provvisorie, di prima accoglienza, per dare
una sistemazione ai cittadini immigrati appena arrivati nella nostra città,
per permettere loro di ambientarsi e trovare, in un periodo limitato di tempo,
soluzioni abitative più stabili.
A questo percorso di orientamento avrebbe dovuto seguire la cosiddetta fase
della “seconda accoglienza”, per poi aiutare i lavoratori stranieri al pieno
inserimento.
All’inizio degli anni novanta, quando furono aperti i Centri di Prima
Accoglienza, l’assessore alle politiche per l’immigrazione, Mauro Moruzzi, li
impostò sulla base di un’idea molto semplice: occorreva dare risposte agli
stranieri che arrivavano a Bologna, ma non bisognava offrire un’idea di città
troppo accogliente.
L’Amministrazione comunale si fermò alla fase della prima accoglienza, a meno
che non si ritengano i due fatiscenti palazzoni di via Stalingrado una tappa
intermedia di un percorso di integrazione.
La “prima accoglienza” divenne l’unica filosofia di governo del problema
abitativo per i lavoratori stranieri a cui si aggiunse una logica di
interventi emergenziali per affrontare l’ondata migratoria dei primi anni
novanta. L’approccio emergenziale accompagnò le politiche comunali per tutto
il decennio successivo e, così, i centri diventarono luoghi dell’esclusione e
del degrado, spazi in cui le condizioni di vita erano assolutamente
insopportabili e per gli “ospiti” non fu costruita nessun’altra alternativa.
Da questi CPA non sono nati meccanismi di emancipazione bensì una
cristallizzazione in un mercato del lavoro ai livelli più bassi: una
condizione che ha rafforzato i meccanismi istituzionali di clandestinizzazione,
di esclusione e di emergenza sociale.
Va quindi superata la visione che li rende contenitori dell’emarginazione
sociale per farne luoghi che non siano semplici dormitori, ma che
garantiscano, nel rispetto dell’identità del migrante, condizioni dignitose
igienico-sanitarie e non solo, luoghi di socializzazione, di culto (come la
moschea), di apprendimento della lingua, e di scambio culturale affinché
possano divenire spazi di socialità nei quartieri e non più invisibili e da
nascondere, ma aperti alla città.
Noi proponiamo la costruzione e il recupero di strutture
multifunzionali che rispondano a domande abitative, soprattutto di famiglie e
singoli in difficoltà od in transito.
Per realizzare un’accoglienza adeguata nei confronti dei nuovi flussi
migratori sono necessarie strutture alloggiative temporanee, che rispondano a
bisogni urgenti per un tempo limitato, e siano integrate da misure di
accompagnamento. Quello che chiediamo è la realizzazione di strutture
flessibili per una accoglienza rapida e per una rapida dimissione,
accompagnate da servizi di orientamento per percorsi successivi.
Questa amministrazione ha parlato spesso di superamento dei CPA, alcuni sono
stati chiusi, quello che non è assolutamente chiaro è cosa si intenda creare
di alternativo.
L’accoglienza disincentivante
“Accoglienza disincentivante”, un ossimoro a rigore di logica, ma a quanto
pare a Bologna ci stanno provando. L’orientamento degli amministratori
comunali riguardo all’accoglienza segna probabilmente l’apertura di una fase
di maggiore rigidità nell’accesso ai servizi (per i migranti, per i senza
fissa dimora, per i tossicodipendenti, per gli ex detenuti) che risente del
diffuso clima di diffidenza nei confronti della diversità e della percezione
d’insicurezza da parte dei cittadini.
L'idea forte si basa sullo scoraggiare persone in difficoltà sociale,
attraverso un atteggiamento di chiusura all’accoglienza, giustificandolo con
la scarsità di risorse economiche di cui soffre il Settore delle Politiche
Sociali dell’Amministrazione comunale.
Per quanto riguarda i rom e, più in generale i migranti, si tende a mantenere
il più basso possibile il tasso di vivibilità delle strutture di accoglienza
“legali”.
Nella riorganizzazione dei servizi per l’inclusione sociale adulta sono stati
portati avanti, durante lo scorso anno, diversi ridimensionamenti (tra cui il
taglio di un servizio diurno per adulti e la diminuzione delle esperienze dei
laboratori e dei progetti di inserimento lavorativo), un ritocco al ribasso
della erogazione dei pasti, degli orari e della quantità delle prestazioni nei
servizi per la lotta all’esclusione sociale, si è iniziato a parlare di forme
di compartecipazione alla spesa, per l’accesso ai servizi del dormitorio, da
parte degli ospiti senza reddito o entrate.
Un’altra strada c’è: la possibilità dell’accoglienza
Nel dibattito sulla sicurezza nelle grandi città italiane, molti politici (di
centro-destra prima ed ora anche di centro-sinistra) hanno portato come
esempio l’esperienza dell’ex sindaco di New York, Giuliani, e la sua “teoria
del vetro rotto”.
Invece non si parla della realizzazione, nella città della mela, della rete di
rifugi di emergenza e del “Piano per gli homeless di New York” del sindaco
Blomberg che ha l’obiettivo di eliminare la cronicità della condizione di
senza tetto.
Alcuni punti di quel progetto sarebbero di sicura attualità anche per Bologna:
- La vita dei senza fissa dimora non dovrebbe essere
accettata come un fatto normale. Oggi lo è. Occorre ridurre al minimo la
condizione dei senza tetto. Le persone non possono avere come dimora la strada
o altri luoghi di fortuna. I bambini non dovrebbero crescere nelle baracche.
Oggi lo fanno.
- I senza tetto devono poter accedere a ricoveri
temporanei sicuri. Tutte le persone che ricevono un servizio di assistenza
meritano rispetto, è il presupposto per chiedere a loro il rispetto delle
regole. Nei ricoveri temporanei deve cominciare immediatamente il percorso per
la predisposizione di un alloggio permanente.
- I servizi devono essere offerti con l’obiettivo di
raggiungere i massimi livelli operativi, attraverso un continuo miglioramento
della qualità.
- Occorre lavorare per ridurre la permanenza prolungata
e le situazioni di cronicità nei dormitori e nelle strutture pubbliche di
accoglienza. Occorre lavorare per l’uscita positiva dalle strutture, verso
alloggi stabili e duraturi. Occorre coordinare il sistema di uscita dalle
strutture.
- Per sostenere soluzioni di prevenzione, come
contributi per l’affitto e alloggi pubblici, va coordinato il sistema di aiuti
economici ai cittadini.
Su queste basi, con una messa a punto calibrata sulla
realtà sociale bolognese, si dovrebbe porre mano radicalmente al sistema di
accoglienza nella nostra città, seguendo un’indicazione che, da anni, le
associazioni del volontariato sociale portano avanti: la realizzazione di una
struttura per le emergenze sociali che sempre più frequentemente si verificano
nei nostri territori. Da questo punto di vista andrebbe verificata (sul serio)
la possibilità di riutilizzare il villaggio TAV di Borgo Panigale.
In seconda istanza, andrebbe rafforzato il coordinamento e la messa in rete di
tutte le strutture esistenti per l’alloggio temporaneo (dagli asili notturni,
ai dormitori, ai Centri di Prima Accoglienza). Occorrerebbe lavorare per tempi
certi di permanenza e tempi certi di uscita accompagnata.
Andrebbero poi aperte piccole strutture di “seconda accoglienza” per
facilitare l’inserimento e aiutare le persone al raggiungimento
dell’autonomia. Si dovrebbe poi passare alla fase dell’abitazione stabile, con
la presenza di una rete di solidarietà per i gruppi più vulnerabili, sia nella
fase dell’accesso sia nella fase di conservazione dell’alloggio.
Siamo consapevoli che si tratta di una “riforma” impegnativa, che ci
vorrà del tempo, ci vorranno delle risorse, se è vero che le risorse limitate
dei Comuni ci impongono di richiamare alle loro responsabilità le strutture
economiche che fanno ricorso, ormai in modo massiccio, al lavoro degli
immigrati, ma è altrettanto chiaro che sarà necessaria una volontà politica
che oggi non esiste.
Per favorire questo, avanziamo una buona idea,
leggermente "riformista", ma immediatamente praticabile: l'istituzione di
corsi di “alfabetizzazione” per amministratori locali sui grandi temi delle
migrazioni, dell'accoglienza e della coesistenza etnica. Perché su questo si
giocherà, in buona misura, il grado di civiltà della società futura.
Lo scorso 5 settembre si è ricordato il decimo anniversario della morte di
Madre Teresa di Calcutta. Questa grande donna si occupava dei malati e dei
moribondi senza chiedere di che religione fossero e senza giudicarli per i
comportamenti che avrebbero potuto essere causa della loro malattia. Nello
stesso periodo in cui lei portava avanti la sua opera, ma con uno spirito ben
diverso, alcuni missionari fondamentalisti vagavano per le vie di Calcutta,
distribuendo propaganda religiosa ai poveri e ai malati e minacciandoli di
dannazione eterna se non si fossero convertiti all'Unica Vera Fede.
Noi vorremmo prendere esempio da Madre Teresa, lasciando ai paladini delle
campagne securitarie e
dell’accoglienza disincentivante l’insegnamento dei missionari fondamentalisti.
4. Tutela dell’ambiente e del territorio
Le città europee più avanzate e sensibili stanno lavorando per un nuovo
equilibrio tra sviluppo, benessere e qualità ambientale: anche Bologna deve
andare in questa direzione. La tutela dei beni comuni, quali l’aria,
l’energia pulita, l’acqua, la biodiversità, le bellezze naturali e il
paesaggio, e l’azione di governo per garantirne il controllo pubblico e la
loro qualità sono necessari per una città sostenibile, ambientalmente e
socialmente.
L’aria di Bologna, come quella di molte grandi aree urbanizzate, è fortemente
inquinata.
Essa è fuori dai limiti previsti dal Protocollo di Kyoto per le emissioni di
gas climalteranti, come la CO2, che determinano gravi cambiamenti climatici
globali; così come ormai supera i limiti di emissione degli ossidi di azoto e
ben tre volte il limiti di tutela della salute previsti dall’Unione Europea
per le emissione di nano polveri, PM10 e PM2.5: l’Organizzazione Mondiale
della Sanità valuta che a Bologna, oltre alla crescita delle malattie
polmonari e vascolari, almeno 250 persone all’anno muoiano per la pessima
qualità dell’aria.
La compatibilità ambientale deve essere oggi una delle priorità fondamentali
per l’azione di governo del Consiglio Comunale della Giunta del Comune di
Bologna, come della Provincia e della Regione; deve essere la lente attraverso
la quale l’azione di governo del centro-sinistra deve operare per una
riconversione ecologica del sistema economico e sociale della nostra realtà
per governare il futuro e per garantire un benessere reale ai cittadini.
Siamo ben lontani dal saldo negativo a cui bisogna arrivare; quindi bisognerà
intervenire con atti amministrativi coerenti per ridurre le emissioni dei
settori più inquinanti per rientrare nei limiti di Kyoto e dell’Unione
Europea: trasporti e mobilità, edifici civili, terziario e commercio,
industria e agricoltura.
Il Piano Energetico del Comune di Bologna dovrà indicare scelte precise e
coerenti settore per settore anno per anno al fine di ridurre le emissioni
inquinanti globale del 6,5% rispetto al 1990 per cui, per rispettare il
Protocollo di Kyoto la riduzione reale da qui al 2010 dovrà essere almeno del
20-25%.
In Consiglio Comunale sono stati approvati degli o.d.g. molto importanti sui
temi della compatibilità
ambientale e sull’efficienza energetica e sulla mobilità sostenibile.
Se essi fossero applicati con coerenza Bologna potrebbe vantare una chiara
identità ambientalista e tornare a rappresentare un laboratorio di idee e
azioni sui temi più innovativi e di attualità.
In particolare, la Giunta dovrà dare un seguito coerente alle decisioni
assunte dal Consiglio Comunale per l’efficienza energetica, 50 KWh/mq/anno,
dei nuovi alloggi che saranno realizzati nei comparti urbanistici previsti dal
PSC così come dovrebbe predisporre un piano di riqualificazione urbana ed
energetica di parti della città per la ristrutturazione energetica degli
edifici pubblici e privati.
Ma è sul traffico che si riscontrano le maggiori difficoltà a dare seguito a
politiche rigorose per la riduzione delle emissioni e per il diritto alle
mobilità delle persone, e non delle auto.
Oltre il 60% degli spostamenti in auto a Bologna riguarda tragitti sotto i 4
km: ciò sarebbe facilmente sostituibile con una mobilità alternativa come ad
esempio la bicicletta, ma soprattutto un Trasporto Pubblico Locale efficace e
in particolare con il completamento del SFM.
Il PGTU contiene dei principi avanzati che definiscono una reale mobilità
compatibile, possiede, però, un grande limite, quello di non essere
sufficientemente finanziato.
Nell’attuale bilancio non sono previsti i fondi per mettere in atto il piano e
garantirne una buona realizzazione.
In particolare si dovrà operare per realizzare una svolta nel rapporto tra
sviluppo e ambiente per garantire, attraverso una coerente attuazione del
piano energetico comunale(PEC), del PSC e del regolamento urbanistico ed
edilizio(RUE) la sostenibilità ambientale dei futuri interventi e più in
generale dell’intera città attraverso alcune scelte:
• Promuovere principi di bioarchitettura ed edilizia
ecologici
• Attivare lo sviluppo di piani energetici di risparmio e sistemi di
produzione e distribuzione di energie solari e rinnovabili
• Attivare la conversione dei mezzi di pubblica utilità verso i motori
elettrici utilizzando gli sgravi fiscali previsti dalla finanziaria, come in
alcuni comuni e province della nostra regione
• Definire modalità di applicazione della certificazione energetica e degli
standard obbligatori di efficienza energetica, sia per i nuovi edifici che per
la riqualificazione degli edifici esistenti
• Favorire i contratti con le E.S.CO. per la ristrutturazione energetica di
edifici privati e pubblici
• Finanziare pienamente e il PGTU (piste ciclabili, percorsi sicuri
casa-scuola, TPL, ztl)
• Rapportarsi in maniera attiva con tutte le numerose istituzioni pubbliche e
le associazioni per creare campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini
sui temi del risparmio energetico e produzione di energie alternative
• Rafforzare con HERA e le altre agenzie che distribuiscono energia sul
territorio piani di intervento per lo sviluppo di sistemi produzione di
energia pulita
• Maggiore tutele del verde pubblico e privato unificando le competenze di
programmazione, progettazione e manutenzione e rendendo efficace l’impianto
sanzionatorio
• Accrescere il verde in collina e in città per immagazzinare CO2 e per
raffrescare l’ambiente urbano che già è superiore di alcuni gradi a alle
temperature già alte e pericolose per la salute dei cittadini
• Operare per il recupero delle acque piovane con opere di ingegneria
naturalista sulle nostre colline anche al fine di evitare il dissesto
idrogeologico ed evitare lo spreco dell’acqua prescrivendo nei nuovi edifici
l’utilizzo delle acque grigie per gli usi non alimentari e nei nuovi edifici.
Noi abbiamo presentato e votato in consiglio comunale ordini del giorno
approvati a larga maggioranza per sostenere azioni concrete ed evitare
generiche affermazioni e discorsi inutili.
Per il mancato rispetto dei protocolli europei sulla qualità dell’aria il
nostro Comune dovrà pagare forti sanzioni economiche previste dall’Unione
Europea
Intervenire costa economicamente all’Amministrazione Pubblica il 10% in meno
che non fare niente.
Per questo riteniamo che la maggioranza di centro-sinistra e la Giunta debbano
atti chiari ed efficaci per la tutela del territorio e dell’ambiente locale
globale che, oltre a garantire una migliore qualità di vita, è ormai una
evidente condizione di risparmio economico e sociale.
Bologna: città bella e sostenibile
In questo senso la discussione sulle scelte necessarie che siamo cercando di
realizzare per uno sviluppo sostenibile dovrà essere una occasione
significativa per continuare ad affermare elementi di novità, anche secondo i
parametri dell’UE, nella programmazione dell’evoluzione urbana e nell’azione
di governo quotidiano:
pianificazione ecocompatibile delle trasformazioni
urbanistiche per tutelare e ridurre il consumo del territorio delle risorse
primarie;
riduzione del rumore e delle emissioni climalteranti e inquinanti a livello
globale e locale per la tutela della salute dei cittadini;
connessione delle zone di espansione urbana con i trasporti pubblici e con
le piste ciclabili per ridurre l’uso di auto e moto e separazione della
mobilità locale dalla strade di attraversamento urbano;
realizzazione nella città di zone a 30km/h con aree per il gioco e la sosta
e percorsi pedonali di collegamento con i negozi e i servizi pubblici e
privati;
utilizzo di alberi, prati e fontane per il raffrescamento estivo per far
fronte all’aumento di calore delle aree urbane;
massima efficienza energetica degli edifici e utilizzo di pannelli solari
termici e fotovoltaici, di caldaie a condensazioni condominiali con conta
calore di appartamento, uso di scambiatori termici e sonde per utilizzare la
stabilità termica del sottosuolo e ridurre l’uso di propellenti fossili
(gasolio e metano);
separazione tra la proprietà fondiaria, la progettazione partecipata e la
realizzazione industriale degli edifici per ottenere la migliore qualità
architettonica e dell’abitare possibile nei nuovi comparti urbanistici;
contrastare la rendita urbana operando per rompere i cartelli di operatori
che puntano a condizionare le scelte dell’amministrazione comunale per
ottenere rendite aggiuntive;
rispettare il dimensionamento complessivo delle potenzialità edificatorie
previste nel nuovo PSC (8.000 nuovi alloggi), compresi gli insediamenti, sia
su aree previste che su aree variate nelle loro destinazioni, previsti in
accordi tra il Comune e altri enti pubblici e privati sottoscritti dopo la
adozione del PSC in Consiglio Comunale;
utilizzare la grande opportunità che si sta presentando grazie alle scelte
del Governo Prodi di dismissione concordata delle aree militari per dotare in
primo luogo la città di parchi pubblici pede-collinari e di nuovi servizi
urbani e sociali.
dedicare una parte di questi spazi a zone e a edifici per attività sociali e
ricreative giovanile auto-gestite nel rispetto del decoro urbano e della
compatibilità ambientale.
sostenere l’importante atto di variante di tutela della collina, votato dal
consiglio comunale, che ha azzerato le possibilità edificatorie residue, al
fine di evitare che le pressioni edificatorie esistenti mettano in discussione
la salvaguardia della collina.
PSC. Approvazione, applicazione e “concorsi di progettazione”
Avendo valutato positivamente le scelte fondamentali del PSC, siamo anche
consapevoli che molti sono i rischi che si possono incontrare nell’applicare
alcuni indirizzi troppo generici, quindi, facilmente aggirabili nella fase
attuativa.
È proprio questa fase a cui bisogna prestare particolare attenzione
supportandola con la partecipazione attiva dei cittadini e con quelle cogenze
d’indirizzo che possono permettere di evitare o recuperare gli eventuali
errori nell’attuabilità di questo grande disegno urbano.
Bisogna evitare di cadere nella logica del “particulare” che ci porta ad
affrontare i problemi del territorio, in modo settoriale e per compartimenti
stagni. La capacità di affrontare le cose con continuità dalla grande scala
alla piccola, avendo l’umiltà di soffermarsi su tutti gli aspetti, anche
minuti che completano la scelta della qualità: il dettaglio è l’elemento
qualificante.
Il dettaglio è un problema di scala: una casa sta alla città come una finestra
o un portone stanno ad una casa. Inoltre, l’urbanistica – disciplina principe
di governo del territorio – deve operare perché le nuove zone urbane siano
pensate e realizzate partendo dalla progettazione degli spazi pubblici, della
loro qualità e dalla loro connessione con la città: va ribalta la logica
dominante secondo cui gli spazi pubblici sono quello che resta dopo aver
realizzato la città privata.
La declinazione più corretta del termine “qualità urbana” nasce da questo tipo
di visione delle cose.
Quello che rende inderogabile questa capacità di curare il dettaglio nel
processo di rinnovamento urbano, attuabile in vari momenti (PSC; POC; PUA, RUE),
è proprio la necessità di avere a disposizione strumenti adeguati che ne
permettano, via via, il controllo qualitativo.
Nel recente e lontano passato, sia italiano che estero, il “concorso di
progettazione” è risultato lo strumento che permette alle amministrazioni
pubbliche, ma anche ai privati, di attribuire al termine “qualità” la
declinazione più accettabile e più adatta alla realtà bolognese.
Il “concorso di progettazione” è una opportunità, anche di apertura verso i
giovani progettisti e verso la partecipazione attiva per il futuro della
città, da utilizzare con coraggio. Spostare in sede di pianificazione
l’attuazione del concorso, innestandolo in procedure più propriamente
urbanistiche, costituirà la significativa novità del prossimo futuro.
La dinamica concorsuale, oltre che favorire una più aperta circolazione delle
idee e un libero confronto tra i progettisti e le moderne culture di
progettazione può assumere un ruolo importante e decisivo nell’approfondimento
e nell’attuazione degli obiettivi del PSC permettendo così un confronto
dialettico del progetto urbano, e una più chiara scelta tra diverse ipotesi
progettuali per raggiungere gli obbiettivi più alti di qualità.
Si tratta, pertanto, di considerare lo strumento del
concorso come parte importante del processo decisionale; come un atto di
trasparenza nelle scelte e di assunzione di responsabilità da parte delle
amministrazioni comunali verso la città e i cittadini.
Bologna…città bella a gradevole
L’obiettivo della città bella e gradevole è un obiettivo politico.
Non è accettabile la logica secondo la quale gli spazi privati sono fortemente
valorizzati mentre gli spazi pubblici sono fortemente degradati e abbandonati
al loro declino.
I luoghi pubblici sono la città: dove si realizza il bello, difficilmente si
afferma il degrado.
Molto dipende dalle scelte del Comune: la gestione delle aree verdi e delle
zone pedonali, l’arredo urbano per la tutela e la bellezza della città, la
pulizia degli spazi pubblici e privati a uso pubblico, di modalità di
parcheggio dei mezzi sulle strade, ecc.
Il piacere della passeggiata in città, la possibilità di utilizzo delle strade
storiche per i pedoni e i ciclisti lontano dai rumori del traffico, il
raffrescamento urbano con fontane, aree verdi e la volorizzazione dei portici,
una corretta e gradevole illuminazione, possono essere una reale possibilità
per la bellezza della città e del suo centro storico.
L’amministrazione comunale deve assumere alcuni atti regolativi per la scelta
degli apparati di arredo urbano, di dissuasione, di illuminazione e per gli
interventi su strade portici e passi carrai per far sì che gli interventi
pubblici e privati corrispondano a una scelta condivisa di qualità, anche
nella libertà di scelta delle tecniche e degli arredi.
E’ urgente che il Comune di Bologna approvi appositi
atti di indirizzo in cui sono indicate le possibili scelte per gli arredi,
pavimentazioni, gli apparati illuminati e gli strumenti di dissuasione, ecc..,
oltre che le modalità e le tecniche di intervento e di riqualificazione, da
tempo è annunciata una “commissione qualità” è tempo di renderla
operativa e di darle la possibilità di incidere sulla “macchina comunale”, e
di prevedere un vero e proprio settore qualità urbana che possa farsi
interprete di coordinare e aiutare tutti i settori comunali e che si possa
occupare di istruire i concorsi e di tenere le “relazioni” con la città sul
tema della qualità diffusa.
Inoltre è necessario che al più presto si definiscano le modalità di
intervento sulle strade del Centro Storico per tutelare l’apparato storico e
per ripristinare le strade storiche deturpate dall’uso del catrame. Il
progetto di manutenzione delle strade presentato dal settore lavori pubblici è
un primo importante passo che necessita di un forte impegno politico per la
sua realizzazione. Particolare attenzione dovrà essere dedicata alle decisioni
relative alle strade di passaggio dei mezzi di strasporto collettivo che con
il loro peso possono determinare alterazioni di difficile gestione e operare
affinché le soluzioni tecniche più avanzate riducano l’impatto della
“modernità”, vedi il problema del tracciato del “CIVIS”.
Sono scelte coerenti e rigorose delle amministrazioni pubbliche potranno
attivare la sensibilità attiva dei cittadini per la qualità e per una città
bella e vivibile.
Bologna…città equilibrata, policentrica, che si muove sul ferro
La scelta urbanistica della città compatta e del policentrismo senza un
governo metropolitano forte ha dimostrato la sua debolezza nella crescita
della rendita urbana, nella “villettopoli” e nella proliferazione dei
capannoni commerciali che hanno cementificato il territorio agricolo e nella
crescita abnorme della mobilità automobilisitica e dell’inquinamento
atmosferico che supera di tre volte i limiti previsti dall’Unione Europea per
la tutela della salute dei cittadini
Il Servizio Ferroviario Metropolitano è il sistema di mobilità più facile da
completare e far funzionare: è la spina dorsale della nuova città
metropolitana.
E’ necessaria la massima condivisione di questo obiettivo prioritario per la
mobilità sostenibile per destinare le risorse necessario per l’acquisto dei
treni e per il completamento delle linee e delle fermate al 2010. L’utilizzo
delle linee in modo intensivo con una frequenza dei treni locali, al quarto
d’ora nelle ore di punta, sono l’alternativa possibile per la mobilità dei
pendolari che entrano a Bologna sulle otto linee di penetrazione urbana.
In particolare il suo completo funzionamento, la completa realizzazione delle
fermate previste dal progetto originario in area urbana e in città sarebbero
anche una risposta alla mobilità dei cittadini bolognesi.
Tutti da tempo sono d’accordo su questa priorità ma, al dunque, non vengono
mai stanziate le risorse per realizzare il SFM.
Non si può perciò accettare che vengano tolte risorse
già previste e necessarie per la completa realizzazione del servizio
ferroviario metropolitano e per la sua gestione: l’accordo sottoscritto da
Comune, Provincia e Regione deve perciò essere adeguatamente finanziato prima
di ogni altra infrastruttura.
5. Casa e strutture collettive di alloggio
Quando questa estate è uscito sugli organi di informazione l’allarme per
l’emergenza infermieri (ne servivano 700 tra le varie strutture sanitarie
bolognesi), tra le difficoltà a reperire personale da altre regioni, c’era
anche la questione dell’alloggio (costi molto alti rispetto a salari di poco
superiori ai mille euro).
Nei giorni scorsi settimane è tornata all’attenzione la vicenda delle
case-albergo per i ferrovieri che il gruppo FS ha deciso di vendere ad una
finanziaria appartenente al gruppo Deutche Bank. E’ già stato alienato lo
stabile di via Carracci 69/14 e un’ottantina di lavoratori rischiano lo
sfratto a tempi brevi.
Questi due esempi sono significativi per descrivere una situazione che
riguarda, in generale, i lavoratori fuori sede single, gli studenti
universitari o i lavoratori stranieri.
E’ bene ricordare che a Bologna, oltre alla popolazione residente, il cui
calo, certificato dai censimenti 1991 (404.378 unità) e 2001 (371.217 unità) ,
si è fermato solo negli ultimi anni con una piccola inversione di tendenza, ci
sono decine di migliaia di persone (studenti universitari fuori sede,
lavoratori immigrati da altre regioni italiane, lavoratori immigrati da altri
paesi) che vivono in condizioni di precarietà sempre più preoccupanti.
Di fronte al vistoso calo demografico registrato negli ultimi 25 anni, in
città si è riscontrato per diversi anni un aumento degli iscritti
all'Università (che si è fermato recentemente); molti di questi giovani
provengono da altre città e da altre regioni.
Tra gli studenti fuori sede domiciliati in città, una gran parte condivide una
camera con almeno un altro ragazzo o ragazza: la spesa media mensile per
questa sistemazione è ormai superiore ai 300 euro per posto letto e più di 500
euro per una camera singola..
Gli studenti ospitati in studentati dell’ARSTUD sono poco più di 1.400 (3,4%
del totale degli studenti domiciliati a Bologna). Quelli ospitati in collegi e
convitti, gestiti da privati e fondazioni religiose, si aggirano attorno alle
2.000 unità (4,7%).
Per quanto riguarda il libero mercato, sono poco più di 25.000 gli studenti
che hanno un contratto d’affitto registrato, circa 15 mila pagano affitti in
nero o con forme poco chiare di accordo (contratti scritti ma non registrati,
a voce, in comodato).
Le condizioni favorevoli del mercato del lavoro e la struttura sociale della
città attraggono e favoriscono migrazioni nazionali ed internazionali.
Molti dei problemi e delle condizioni che vivono gli studenti fuori sede
ricadono sulle spalle anche dei lavoratori provenienti da altre regioni
italiane, con redditi bassi e medi.
Questo fenomeno migratorio ha ripreso quota negli ultimi anni (2/3.000
all’anno) e riguarda soprattutto giovani che hanno, in buona parte, una media
scolarizzazione (diploma professionale o di scuola media superiore), da
inserire in attività industriali o terziarie (operai di fabbrica, infermieri
negli ospedali e nelle case di cura, ausiliari nelle residenze protette,
operatori nelle cooperative sociali). Anche l’edilizia ha contribuito a
riattivare l’esodo dal meridione, soprattutto attraverso ditte del subappalto
operanti nei cantieri bolognesi.
Sul sito Iperbole del Comune di Bologna, i cittadini stranieri residenti nel
territorio del Comune di Bologna al 30 settembre 2005 erano 27.633. Senza un
afflusso di stranieri così elevato la popolazione residente a Bologna sarebbe
diminuita, nel terzo trimestre di quasi 300 unità; il calo di residenti, al
netto dei nuovi residenti stranieri, da inizio 2005 sarebbe di oltre 1.750
unità.
La fetta di popolazione straniera è molto giovane: il 45% ha un’età inferiore
ai 30 anni. La percentuale sale al 85,1% se si considerano gli stranieri che
hanno meno di 45 anni.
Anche quando si trovano in condizione lavorativa che permetterebbe loro di
pagare l’affitto, i cittadini non comunitari incontrano maggiori difficoltà
nel reperimento di alloggi rispetto ai cittadini italiani.
Il dato sempre più evidente è che numerosi migranti con permesso di soggiorno
sono costretti a vivere in situazioni alloggiative inadeguate o sostengono
costi di affitto estremamente elevati.
Non trovando una adeguata risposta pubblica, molte persone sono state spesso
costrette a situazioni alloggiative vergognose che hanno alimentato la rendita
speculativa. A Bologna, c’è chi, in questi anni, sul bisogno abitativo dei
soggetti sociali più deboli ha potuto lucrare liberamente.
Il caso più ecclatante è quello di M…. il re degli affittacamere, il “mister
residence” della Bolognina che, acquistando interi palazzi in via Tibaldi è
riuscito nell’intento di ricavare il massimo profitto da ogni centimetro
quadrato di superficie, affittando dai sottotetti agli scantinati, facendosi
pagare lautamente il posto letto e il rotolo di carta igienica messi a
disposizione, proponendo sistemazioni abitative precarie e malsane, con gradi
di disagio improbabili per “normali abitanti ”.
Per quali ragioni, tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute
negli ultimi mandati hanno avuto così scarsa attenzione o, addirittura, hanno
contrastato l'apertura di strutture abitative a carattere collettivo (alberghi
popolari, studentati, residence per lavoratori)?
Perché l'unico albergo popolare che era stato realizzato dalla Giunta Vitali
(quello di via del Pallone, immobile ristrutturato con i fondi del Giubileo
nel 2000) non è mai stato utilizzato per quella finalità, né dalla Giunta
Guazzaloca (che cambiò la destinazione d’uso dandolo in convenzione ad AGIO
all’interno del progetto di gestione del Parco della Montagnola), né dalla
Giunta attuale che ha sostanzialmente rinnovato la convenzione con l'attuale
gestore apportando lievi modifiche che non mutano l'uso improprio della
struttura?
Nell'accordo tra l'Assessore alla casa e le organizzazioni sindacali CGIL CIS
UIL, siglato il 19 novembre 2004, si parla di impegni per realizzare strutture
residenziali ad hoc per utenze particolari come gli studenti universitari (di
un piano preciso per materializzare alloggi collettivi per "utenze
particolari" non si è mai nemmeno iniziato a parlare).
Il 17 dicembre 2004, nell’ambito della discussione sul bilancio previsionale
2005, è stato siglato un accordo sugli indirizzi programmatici e di bilancio
con CGIL, CISL e UIL che, al capitolo “Immigrazione” recitava: “Le parti
convengono sull’esigenza di qualificare la prima accoglienza orientandola a
rispondere esclusivamente alle esigenze temporanee dell’inserimento. E, a tale
fine, l’Amministrazione attiverà entro il 2005 una struttura alberghiera a ciò
deputata”.
Dopo l'Accordo sugli "indirizzi programmatici e di bilancio per l'esercizio
2005" tra Comune di Bologna e CGIL CISL UIL, i tre segretari dei sindacati
confederali (Melloni, Alberani e Roncarelli) dichiarono, in una conferenza
stampa, che tra i tanti argomenti trattati nell'intesa spicca un albergo
popolare e la realizzazione di 1.500 posti per studenti universitari. Nessuno
di noi ha avuto il piacere di essere informato su come si intendesse
realizzare questi due obiettivi.
Il 26 gennaio 2005, nel corso della polemica sull'emergenza freddo, la
vice-sindaco Scaramuzzino annunciava alla stampa che oltre ad avere
individuato "una struttura di accoglienza per i derelitti alternativa ai
portici", l'Amministrazione "ha scelto il riserbo per un'altra struttura di
proprietà comunale che diventerà un albergo popolare per lavoratori indigenti.
A questo proposito, nel piano investimenti 2005 erano preventivati 400 mila
euro per la ristrutturazione di una struttura adeguata.
Sull'albergo popolare il riserbo è stato così profondo che si è persa la pur
minima traccia.
Nella relazione programmatica 2007 – 2009 “Indirizzo di Governo”, alla voce
“Trasformazione delle IPAB in ASP” si legge che nella produzione di servizi
dell’ASP “Poveri Vergognosi”, tra gli altri, l’azienda servizi alla persona
dovrà garantire la realizzazione di un Albergo Popolare.
Nell’ordine del giorno 31.3/2007, approvato nella seduta del 23 febbraio 2007
del consiglio comunale, si “impegna la Giunta a farsi parte attiva, nell’anno
2007, attraverso la collaborazione delle realtà economiche e sociali, per il
reperimento delle risorse economiche e l’avvio delle fasi di progettazione e
successiva realizzazione di un Albergo Popolare o di soluzioni innovative
rispetto alle nuove esigenze di alloggio, accoglienza e ospitalità”.
Dopo qualche settimana, però, la vicesindaco Scaramuzzino, in un intervista
dichiarava la propria contrarietà alla realizzazione dell’Albergo Popolare,
perché, in una sua visione quantomeno deformante, lo riteneva luogo di
creazione di degrado e disagio sociale.
Sulla base di quale esperienza l’assessora alle Politiche Sociali sia fatta
questa convinzione è difficile dirlo, anche perché, nella nostra città, hanno
funzionato per decenni gli alberghi per i ferrovieri dove hanno vissuto circa
450 lavoratori (in trasferta dalle regioni del Mezzogiorno) che, nei
cosiddetti ferrohotel, hanno abitato per anni con contratti ad uso foresteria
da 108 o 125 euro mensili (a seconda se in camera doppia o singola), senza
creare nessun disagio alla popolazione stanziale.
Compiere la scelta degli alberghi popolari, degli
studentati, delle residenze collettive a basso costo (anche di piccole
dimensioni), pensiamo sia un modo intelligente per dare risposte pubbliche a
nuove domande (differenziate) di alloggio. Riteniamo possa essere anche un
contributo per combattere gli "affitti in nero", modificare una situazione
che, da più di trent'anni ha completamente drogato il mercato dell'affitto
privato.
Negli anni scorsi, in diverse occasioni, le organizzazioni di categoria degli
imprenditori locali dichiararono l'interesse di imprese private a mettere a
disposizione fondi per la costruzione di residenze collettive per i loro
lavoratori (soprattutto stranieri o provenienti da altre regioni), richiedendo
la disponibilità di aree comunali per abbattere i costi di costruzione. Si
dovrebbe verificare se si è trattato di uno dei bluff a cui ci hanno abituato
i costruttori o se siamo in presenza di una reale disponibilità.
Per rimettere in circolo, in maniera "calmierata" buona
parte del patrimonio privato sfitto o affittato in nero, qualcosa va
concretizzato: per togliere "clienti" agli strozzini degli alloggi attraverso
la realizzazione di strutture collettive, dove chi viene a Bologna
temporaneamente per lavorare o per studiare abbia la possibilità di trovare un
alloggio senza dovere sottostare allo strapotere della rendita parassitaria.
Le politiche per la casa
Non esiste da tempo un intervento dello Stato.
I sindaci delle grandi città si riuniranno per affrontare in maniera
coordinata il "problema dei lavavetri", peccato che non ci sia mai capitato,
nel corso di questi anni, di assistere a vertici altrettanto pubblicizzati su
un'emergenza "vera" come quella della casa. E dire che le ragioni ci sarebbero
tutte in quanto abbiamo assistito, senza che nessuno si stracciasse le vesti,
allo scandalo della liquidazione delle politiche pubbliche per la casa,
abbiamo visto cancellare i programmi nazionali di edilizia residenziale
pubblica e nessun primo cittadino ha lanciato l'allarme che sarebbe stato
necessario. Milioni di persone sono state costrette a rivolgersi al mercato,
con la conseguenza che il mercato degli affitti è esploso fino al punto che è
risultato essere "più conveniente" comprare casa indebitandosi con un mutuo.
In questo modo ne ha tratto giovamento solo il capitale bancario e la
proprietà immobiliare, con prezzi che sono cresciuti ai ritmi del PIL cinese.
Per questo è assolutamente importante e necessaria una iniziativa politica
forte da parte degli enti locali periferici nei confronti del governo centrale
affinché venga approntato un piano straordinario di rilancio dell'edilizia
popolare, in grado di creare, attraverso l'opportuno coordinamento di
risorse pubbliche e private, le condizioni per il risanamento di interi
quartieri metropolitani e per il reperimento di abitazioni compatibili con
l'ambiente e caratterizzate da costi sostenibili per le famiglie. E' evidente
che questi provvedimenti non potranno essere imperniati solo su nuove
costruzioni, ma dovranno incentivare l'utilizzo e la ristrutturazione
dell'esistente sempre con riferimento alle esigenze specifiche delle singole
comunità, e amplieranno il campo di interventi economici integrativi
dell'affitto in proporzione dei bisogni reali.
Gli interventi del comune sono insufficienti
Insieme a questa battaglia politica nazionale vanno prese iniziative a livello
locale per intervenire con tutti i mezzi utili per dare risposte a un bisogno
abitativo crescente.
A Bologna, almeno per tutti gli anni novanta, le amministrazioni che si sono
succedute non hanno preso nella dovuta considerazione la questione abitativa
perché partivano dalla considerazione che il 70/75% della popolazione
risultava avere la casa in proprietà e, quindi, il problema non sussisteva.
Questa vera e propria negligenza ha prodotto una situazione per la quale,
nella nostra città, le famiglie con redditi minimi e bassi sono del tutto
escluse dal libero mercato dell'affitto in quanto i canoni sono superiori ai
redditi stessi o incidono per una percentuale tale che non consente di
destinare il reddito residuo agli altri consumi.
Di pari passo le politiche pubbliche (bandi ERP, bando per "emergenze
abitative e casi sociali", bando per redditi intermedi a canone calmierato,
contributo del fondo sociale per l'affitto) sono risultate essere altamente
insufficienti rispetto ad un fabbisogno che è aumentato progressivamente con i
flussi migratori di lavoratori provenienti da altri paesi o da altre regioni
italiane e con l'aumento degli studenti universitari fuori sede.
C'è inoltre da prendere in considerazione il dato degli ultimi anni per quanto
riguarda gli sfratti, di fronte al numero di esecuzioni in aumento (si è
aggirato tra le 1.400 e le 1.800 annuali), c'è il fatto che la stragrande
maggioranza di questi sfratti ha come causa la morosità (molte famiglie non ce
la fanno più a sostenere gli alti costi dell'affitto). In questo caso, uno
strumento come il "fondo sociale dell'affitto" si è dimostrato completamente
spuntato per arginare il fenomeno degli sfratti (da vedere il rapporto tra
domande, fondi pubblici destinati, entità del contributo e sua efficacia di
aiuto al reddito familiare in relazione al costo dell'affitto). Si corre il
rischio di regalare denaro pubblico ai proprietari di case senza ottenere
nemmeno il risultato di diminuire gli sfratti.
FONDO NAZIONALE LOCAZIONI – CONTRIBUTI AFFITTO


Questi numeri stanno a dimostrare come gli interventi del Comune di Bologna
siano largamente insufficienti rispetto alla domanda che, tendenzialmente
cresce, a fronte di risorse che, complessivamente, diminuiscono.
Le risorse per ripristinare il patrimonio pubblico inutilizzato
Un altro tema fondamentale, in una situazione già difficile, riguarda il
reperimento delle risorse per le ristrutturazioni e i ripristini degli alloggi
ERP da assegnare.
Fino ad ora, questi fondi sono recuperati attraverso gli affitti degli
inquilini delle case popolari. Essendosi modificata negli ultimi anni la
composizione sociale degli inquilini (sono entrati infatti nuclei famigliari
con redditi più bassi) ed essendo l'affitto proporzionale al reddito,
l'introito complessivo annuale degli affitti sta calando e, quindi, di
conseguenza anche le risorse per ristrutturare gli alloggi da rimettere in
circolo. In più, una buona parte degli introiti degli alloggi ERP che
dovrebbero essere destinati alle ristrutturazioni vengono indirizzate a spese
ordinarie di gestione del Settore Casa.
In questo modo, da qui a pochi anni, si rischia di aumentare il numero di
alloggi che rimangono vuoti perché non ci sono i fondi per recuperarli.
Il costo annuale per il ripristino degli alloggi da ristrutturare nel Comune
di Bologna è di circa 6,2 milioni di euro che con costi tecnici ed IVA arriva
a 7,5 milioni di euro (rif. spesa 2005). Con una media di circa 13.000 euro di
costo unitario per manutenzione.
L'importo annuale dei canoni introitati è sui 15 milioni euro (vedi la
tabella)


La questione della destinazione dei canoni
Come abbiamo visto, l'importo complessivo dei canoni introitati, è poco più di
15 milioni di euro all'anno; la quota destinata alla manutenzione
straordinaria è di 7,5 milioni di euro, a cui vanno aggiunti 5 milioni di euro
destinati alla manutenzione ordinaria.
Bisogna poi sommare spese diverse relative a:
- 1.450.000 euro per fondo locazioni;
- 300.000 euro per spese relative ai costi gestionali e amministrativi;
- 800.000 euro per previsione annua di morosità;
- 1.200.000 euro di spesa per IVA a carico del Comune
Il Settore casa per gestire il bando ERP e lo sviluppo del sistema informatico
ha dovuto acquisire risorse dai canoni di alloggi.
Non solo il Comune non sta mettendo le risorse necessarie per la gestione, ma
sta sottraendo al sistema di gestione dell'ERP circa 1 milione e 450.000 euro
destinati al fondo sociale e 300.000 euro per la gestione amministrativa,
operativa e informatica del bando ERP, che potrebbero andare in manutenzione.
Il Comune di Bologna, nel suo bilancio previsionale 2007, alla voce politiche
abitative, sta impegnando solo 200.000 euro, come integrazione al fondo
sociale e con le limitate e definite risorse del settore.
I 200.000 euro di impegno del Comune rappresentano una cifra molto bassa e
inferiore alle somme messe a disposizione da altre amministrazioni comunali
come, per esempio, Reggio Emilia che ha destinato 8 milioni di euro del suo
piano investimenti per le politiche abitative.
Sul piano investimenti 2008 - 2009 sono previsti 2 milioni di euro sul 2008 e
2 milioni sul 2009, a sola esclusiva garanzia della manutenzione straordinaria
per ripristino degli alloggi, ma non sono sufficienti per la copertura delle
spese per interventi necessari di manutenzione straordinaria specifica per
l'installazione di ascensori, per il ripristino di facciate o di coperti.
Per recuperare fondi la Giunta comunale di Bologna ha deciso la vendita di
alloggi vuoti (Via Fondazza, Via Polese, ecc.), in immobili di proprietà
comunale che necessitano di ripristini difficoltosi; le risorse in ingresso
dalla vendita saranno finalizzate alla manutenzione straordinaria del
patrimonio pubblico.
E' stato annunciato un secondo pacchetto di vendite che riguarda alloggi in
immobili a patrimonio misto, dove il pubblico è minoritario nelle assemblee
condominiali.
Come gruppi di Sinistra della maggioranza abbiamo contrastato in consiglio
comunale la scelta di vendere gli appartamenti di via Polese e Via Fondazza e
riteniamo che, nella discussione del bilancio preventivo 2008, il tema di un
maggiore carico di risorse nelle ristrutturazioni degli immobili pubblici
vuoti sia da porre in testa alla scala delle priorità degli impegni di spesa.
Piuttosto che vendere quote del già scarso patrimonio pubblico occorre
promuovere e favorire la realizzazione di progetti di autorecupero attraverso
la costituzione di soggetti collettivi, con la possibilità di accedere a
finanziamenti agevolati e la disponibilità dell'Ente locale di porsi come
garante.
Vogliamo ricordare che, al di là delle tante discussioni e dei tanti ordini
del giorno approvati in consiglio comunale, gli unici due progetti di
autocostruzione attivati in passato sono quello del 1982 (Giunta Imbeni) e
quello più ridotto del 1999 (Giunta Vitali). Abbiamo conosciuto i termini del
progetto per l'autorecupero che ha proposto l'assessore Merola, ma purtroppo
il progetto è ancora in una fase iniziale e di sperimentazione, benché
positiva.
Noi riteniamo comunque che sia necessaria una
differenziazione delle risposte ai bisogni abitativi. Queste risposte dovranno
andare anche oltre all'ERP, da questo punto di vista noi pensiamo che una
strada alternativa alla vendita sia quella dell'autocostruzione e
dell'autorecupero di immobili per la cui ristrutturazione il Comune sia
carente di risorse.
Un bilancio a tre quinti di mandato
Detto tutto questo, ci sembra politicamente importante ricordare che
l'amministrazione Cofferati, all'inizio del mandato, invece di affrontare
questi problemi, perse tempo a sostenere il famoso Dossier (risultato poi
essere una clamorosa bolla di sapone) dell'allora assessore alla casa Amorosi,
dando un falso e pericoloso messaggio su procedure clientelari di
assegnazione, risultate non essere poi vere
Forse adesso il ricordo è un po' offuscato dalle recenti esternazioni su
lavavetri, grafittisti e prostitute, ma, in quel periodo, "l'emergenza
legalitaria bolognese" puntava l'attenzione sull'occupazione abusiva di
alloggi pubblici. Per l'enfasi con cui veniva descritta sembrava che
l'impossibilità delle assegnazioni di alloggi Erp agli aventi diritto fosse
colpa delle decine di occupazioni
Nella relazione della Corte dei Conti, presentata alcune settimane fa,
elaborata sulla base dei risultati dell'indagine in materia di edilizia
residenziale pubblica svolte dalle singole sezioni regionali della Corte
stessa, per quanto riguarda il fenomeno degli "alloggi occupati illegalmente",
di fronte a regioni come la Campania e la Sicilia con un percentuale di circa
il 14% sul totale, il Lazio al 6,73%, in Puglia a 7,97%, l'Emilia Romagna e il
Friuli Venezia Giulia sono allo 0,45%.
Inversamente proporzionale all'entità delle occupazioni illegali, secondo la
Corte, è invece il fenomeno del mancato utilizzo degli alloggi a gestione
pubblica.
Il mancato utilizzo in Campania e Sicilia è all'1,26 e al 2,72%, in Emilia
Romagna è del 6,44%, la percentuale degli alloggi vuoti è tra le più alte del
paese.
Un'altra conferma di quanto tempo sia stato buttato in propaganda piuttosto
che nell'affrontare i problemi reali.
A tre quinti di mandato, il giudizio che diamo sulle politiche della casa è
critico, anche se dobbiamo dire che, tra la fuga di Amorosi (mix di
incompetenza, arroganza e malafede) e l'arrivo di Merola, delle cose positive
si sono viste, in primo luogo lo snellimento delle procedure di riassegnazione
delle case ERP che per troppo tempo rimanevano vuote. Altri aspetti
importanti: la ristrutturazione del Settore Casa e dell'ACER e una maggiore
consapevolezza, da parte dell'amministrazione, dell'importanza della lotta
agli affitti in nero (dopo i primi interventi, questa campagna deve continuare
con il censimento delle abitazioni occupate e non denunciate, anche con
incrocio dei dati da enti gestori le utenze).
La decisione più importante che l'Assessore Merola ha realizzato è stata
l'aver accolto una proposta sulla quale la sinistra radicale si è battuta per
anni: l'Agenzia per l'Affitto.
Questo strumento che può essere molto utile per le
politiche portate avanti dall'amministrazione comunale per l'alloggio in
locazione, entrerà in funzione, dopo una lunga gestazione, nel mese di
ottobre. Compito nostro è di vigilare con puntualità affinché‚ gli indirizzi
votati dal Consiglio Comunale, siano rispettati nella gestione dell'AMA (Agenzia
Metropolitana per l'Affitto).
Un dato di difficoltà della gestione Merola è stato il bando per
l'assegnazione dei 22.000 mq di aree dell'ex mercato ortofrutticolo
messe a disposizione per costruire alloggi ad affitto calmierato.
Questo progetto era stata un'intuizione importante della Giunta che, in attesa
di un ripristino dei finanziamenti statali per rilanciare piani di nuova
edilizia popolare, aveva deciso di mettere a disposizione un pacchetto di aree
comunali, quasi gratuitamente, coinvolgendo soggetti privati e utilizzando, in
parte, anche fondi regionali.
Un lavoro di due anni che doveva portare alla realizzazione di 300 alloggi in
affitto a canone calmierato si è bloccato di fronte al fatto che il bando è
andato deserto: i costruttori privati hanno rinunciato a presentare progetti
giudicando poco convenienti le condizioni proposte dal Comune.
In questo modo, attraverso un vero e proprio cartello occulto, sono riusciti a
ricontrattare, nelle settimane successive condizioni a loro più favorevoli (la
percentuale di alloggi a libero mercato) anche se il nuovo bando ha cercato di
puntare su una rivalutazione dei punteggi che favorirà coloro che punteranno
su un elevato risparmio energetico degli edifici e una migliorare qualità
architettonica; in più, avendo tolto il limite dei quarant’anni, si è permesso
alle Proprietà indivise, prima escluse, di partecipare al Bando. La
ridefinizione del Bando è stato anche il frutto di un serrato lavoro
consigliare e si spera così di aver mitigato l’effetto negativo del bando
precedente andato deserto e di aver messo in competizione più partecipanti sul
versante della qualità, piuttosto che su quello della gestione, rispetto al
“cartello bolognese”; vedremo a breve i frutti di questo nuovo bando e se ne
potranno così valutare gli esiti.
6. Bologna…città produttiva
Si preannuncia una nuova fase di delocalizzazione di importanti industrie
della città, alcune intenzionate a spostarsi fuori dal Comune, per valorizzare
le aree, altre invece per delocalizzare produzioni e servizi nei paesi a basso
costo del lavoro e ad alto tasso di sviluppo dei consumi.
Così si stravolge l’equilibrio del territorio e si perdono posti di lavoro.
Ma per la produzione di ricchezza l’importanza dell’industria è molto
rilevante e non sostituibile
Non si può accettare che si ritenga esaurita la funzione produttiva di Bologna
e della sua area.
Su questi problemi il dibattito in città è stato come narcotizzato dalla
promessa di un “generico post…..” che non si vede; intanto, molto
prosaicamente, i “capitali coraggiosi” della città si occupano di rendita
fondiaria urbana e girano, come avvoltoi, sui cieli di Santa Viola, Borgo
Panigale e Bolognina.
L’area metropolitana deve mantenere l’equilibrio tra la funzione produttiva,
agricole e industriale, e le altre funzioni terziarie, servizi, commercio e
turismo.
L’adozione del PSC e la possibilità di disporre di nuove aree pubbliche può
offrire la strumentazione per disincentivare la rendita.
Dovranno essere sostenuti servizi di alta qualità per lo sviluppo economico,
per i livelli formativi, per la qualità sociale; in particolare quelli
strettamente connessi alla produzione.
Esistono in città pregevoli esperienze di incubatoi di imprese ad alta
tecnologie, in alcuni casi anche fortemente innovativi e con notevoli
possibilità di sviluppo nel sistema industriale e nei servizi tecnologici.
Queste esperienze hanno bisogno di nuovi spazi, nuove sinergie che si
potrebbero realizzare nel futuro parco tecnologico della manifattura tabacchi,
ma già ora è necessaria un’azione pubblica di promozione e sostegno anche per
indurre il capitale privato, le banche a sostenere le potenzialità di
sviluppo.
Il Comune, direttamente con l’applicazione del
Protocollo sulla sicurezza sul lavoro e attraverso le partecipate può
contribuire alla difesa della sicurezza e della qualità del lavoro, che è
risorsa per lo sviluppo.
Serve una iniziativa dell’Amministrazione per favorire la soluzione di
vertenze in Aziende Pubbliche aperte da troppo tempo.
7. La città e i giovani
Sono gli invisibili della Bologna del terzo millennio. Dimenticati dai bilanci
comunali e dalle competenze degli assessori. Precarizzati sul lavoro e mal
sopportati nel tempo libero. Se studenti o lavoratori fuori sede, munti fino
al midollo da affittacamere e strozzini. Criminalizzati negli stili di vita
dal moralismo e dal proibizionismo. Con sempre meno spazi di aggregazione
collettiva, con zero risorse per le loro esigenze culturali e pochissime
opportunità per le loro forme di espressione.
L’Amministrazione comunale per questo settore di popolazione non ha fatto
assolutamente nulla, neanche poco alla volta.
Ora, per l’ultima parte del mandato, si propone, nell’allargamento di Giunta,
un Assessore con la delega alle Politiche Giovanili. Bisognerebbe dire anche
per fare che cosa, con quali risorse e con quale struttura di intervento.
Bologna e gli studenti universitari
La Bologna degli anni novanta per gli studenti universitari era un piccolo
mondo fatto di collegi, appartamenti in affitto, mense, biblioteche, sale
studio e aule universitarie.
In città esisteva un ambiente culturalmente vitale e attento, e dove più che
in altre parti d’Italia c’erano spazi e iniziative dedicate ai giovani. Non è
casuale che proprio sotto le Due Torri tanti scrittori, artisti e giovani
talenti si sono incontrati, hanno realizzato progetti, animato la città e
lasciato un’eredità enorme (molti di questi erano ex fuori-sede).
Piazza Verdi era il punto di ritrovo, ma per spostarsi poi in altri luoghi:
l’osteria, i diversi circoli culturali o altri posti economici, il cinema
(allora c’erano ancora molte seconde visioni e c’era una sala, l’Apollo, in
cui gli studenti entravano a mille lire) e, nel fine settimana, c’erano
concerti e proposte culturali di qualità (a bassissimo costo) nei centri
sociali. La maggior parte degli spostamenti avveniva in autobus o in
bicicletta.
In quegli anni, quella degli studenti fuori sede, era una presenza viva,
immediatamente visibile, ma mai molesta, quasi “a basso impatto”. La città dei
tanti giovani arrivati da fuori, questa città nella città, molti la ritenevano
una ricchezza, solo per pochi era un problema.
Dalla metà degli anni novanta, la situazione è cambiata: gli stili di
divertimento si sono tarati a un clima da “movida”, sono sorti i locali alla
moda e i disco-pub. L’happy hour ha cambiato anche le abitudini e il modo di
rendersi visibili: agli aperitivi, a prezzi elevati, a base di alcool, serviti
nei locali di tendenza, ha fatto da contraltare lo “svacco” di piazza, con
birra comprata nei negozi alimentari e cagnolino al seguito, per quelli che
hanno meno soldi.
In più è rincarato il prezzo anche degli svaghi culturali (cinema, teatro,
concerti), e sono diminuiti gli spazi di aggregazione alternativi.
Oggi ci sono due città che si guardano in cagnesco (quella di chi vuole
dormire e quella di chi si vuole divertire) e che, a quanto pare, non si
riconoscono più.
Lo stile di vita degli studenti universitari viene, sempre più spesso, messo
in relazione al cosiddetto “degrado” che si è impadronito delle piazze e degli
spazi pubblici.
A quale soluzione si sta pensando?
L’Amministrazione comunale ha deciso di imboccare la scorciatoia delle
ordinanze anti-alcool e della chiusura anticipata degli esercizi commerciali,
senza farsi troppe domande sui cambiamenti sociali che si sono verificati in
città nel corso degli anni, non è che dietro a queste scelte ci sia
l’obiettivo di diminuire la presenza degli studenti universitari a Bologna?
Sarebbe da chiedersi se i problemi di “convivenza” derivano in massima parte
dalla alta presenza di studenti universitari. Forse qualcuno imputa a loro
causa di questi problemi.
La loro colpa è quella di avere aspettative diverse da quelle degli studenti
di quindici o venti anni fa? Chiedono qualcosa di impossibile alla città?
Oppure, invece, è la città stessa che è cambiata in modo irreversibile e non è
stata in grado di adeguare l’offerta di spazio pubblico alle nuove esigenze.
Uno spazio che, per noi, negli ultimi dieci anni, è andato progressivamente
disgregandosi.
Quali sono oggi le alternative ai locali modaioli, ai disco-pub, ai dehors
dove si può (e si deve) solo consumare e bere?
Esistono altre proposte di spazi sociali di aggregazione che non siano
condizionati soprattutto dalle esigenze del mercato?
Infine, c’è da dire che le logiche securitarie che vanno per la maggiore in
città hanno nascosto la mancanza
di un progetto serio e credibile per la zona universitaria e ne hanno
sottovaluto il problema integrato
“d’area”.
Lo spaccio di droghe pesanti e il “degrado” sono problemi reali e gravi, ma
l’unico modo per tentare seriamente di risolverli è riconsegnare la cittadella
universitaria agli studenti e agli abitanti, permettendo e incentivando ogni
tipo di iniziativa politica, culturale o artistica nella zona, abbandonando la
logica della repressione e della pura e semplice “ripulitura”, che nella
migliore delle ipotesi ottiene il risultato di spostare lo spaccio da una zona
all’altra della città.
Nessun miglioramento della situazione si potrà ottenere senza prendere in
seria considerazione la necessità
di spazi pubblici di socializzazione per studenti e giovani, coinvolgendo
anche l’Università di Bologna in un
progetto di apertura serale delle facoltà, dei giardini e dei cortili
universitari, da anni sempre riproposta, ma
mai realizzata.
Le politiche giovanili dell’amministrazione comunale
E’ troppo tempo che le politiche per i giovani delle amministrazioni comunali
che si sono succedute sono improntate al disimpegno e, quando il Comune è
stato costretto a fare degli interventi, questi sono stati parziali,
improntati a logiche d’emergenza.
Nel programma di mandato 1980/85 la Giunta comunale istituì il Progetto
Giovani che tra i suoi obiettivi generali si proponeva di «… reagire a un
diffuso atteggiamento di estraneità, quando non di contrapposizione, di parte
dei giovani nei confronti degli enti locali e dei quartieri, cercando di
superare la difficoltà ad avere interlocutori che, per quanto critici,
consentano di conoscere, quanto meno, la “domanda” cui rispondere (…). La
domanda dei giovani si esprime in comportamenti, atteggiamenti, modi di vita
che difficilmente si rivolgono all’ente locale, o meglio è l’ente locale che
deve diventare nei confronti dei giovani interlocutore attendibile per essere
oggetto di attenzione e di richieste specifiche. Tutto questo è poi accentuato
dal permanere di diffidenze profonde e di contrapposizioni tra gran parte dei
giovani e amministrazione comunale conseguenti al 1977, una condizione che è
sicuramente mutata senza però sciogliere i nodi di fondo della condizione
giovanile anche per la loro dimensione generale e la loro complessità».
I primi anni ottanta furono, dunque, per le istituzioni locali, anni di
“emergenza”, si misero in campo, anche se confusamente, molte disponibilità
per cercare di ricucire la frattura tra la cosiddetta città ufficiale e
l’universo giovanile provocata dalla ribellione studentesca del '77.
Furono stanziati parecchi soldi: 790 milioni nel 1980, 733 milioni nel 1981,
914 milioni nel 1982, 937 milioni nel 1983, 972 milioni nel 1984 (pensate che
negli bilanci i fondi investiti sono sempre stati inferiori a quelle cifre).
Furono assegnati spazi, per la prima volta, ad associazioni fuori dall’orbita
dei partiti politici.
Partì pure il progetto delle “Botteghe di transizione”: erano spazi che il
Comune metteva a disposizione per due anni a giovani artigiani, dopo di che
sarebbero subentrati altri giovani per avviare la propria attività. Nelle
prime botteghe realizzate operavano tre consorzi di artigiani che si erano
appena diplomati in corsi di formazione di artigianato artistico.
Dal 1980, venne avviato un piano di potenziamento dei Centri Giovanili (che in
quel momento erano 12) che li portò a divenire 21 nel 1985.
In quel periodo, vennero assunti 42 operatori, con una formazione specifica,
da destinare alla riqualificazione dei Centri Giovanili e alla creazione di
Centri per adolescenti. La maggior parte dei Centri Giovanili era gestita da
operatori comunali, che lasciavano però spazio all’iniziativa di gruppi e
associazioni di giovani. All’interno dei centri esistevano anche servizi
gestiti in convenzione con cooperative giovanili. Si realizzarono anche due
esperienze di autogestione: la Morara e il Casalone.
La “spinta propulsiva”, originata dai conflitti sociali degli anni 1977/78/79,
raggiunse il suo apice nel 1985, da quel momento in poi, a livello
istituzionale, l’attenzione sui problemi giovanili imboccò una strada in
ripida discesa, molti impegni politici rimasero semplici enunciati, ma
soprattutto non si crearono i presupposti per quel cambiamento culturale
necessario per comprendere fino in fondo i mutamenti che attraversavano la
società giovanile.
A livello di Comune, un altro sintomo negativo fu il vagare della delega alle
Politiche Giovanili da un settore all’altro: dal settore Istruzione e Sport ai
Rapporti con l’Università, poi al Settore Socio Sanitario, poi per diversi
anni la delega non fu addirittura assegnata.
Gli anni novanta rappresentarono il nulla assoluto: i centri giovanili da 21
passarono a 5, fu smantellato quasi del tutto l’organico degli operatori,
furono attivati processi di privatizzazione, concedendo gli spazi ad aziende
già affermate nel settore dell’intrattenimento, furono bloccati quasi tutte le
esperienze di autogestione.
Per fortuna, di fronte al disimpegno da parte del pubblico, prese corpo
l’esperienza dei centri sociali autogestiti e si caratterizzò come pratica di
lotta e di aggregazione sociale. La realtà dei centri sociali, pur con tutte
le sue contraddizioni e le sue differenze, è stata un’esperienza interessante
nel panorama culturale della nostra città.
Questi spazi di aggregazione, soprattutto giovanile, hanno proposto servizi,
scarsamente riconosciuti dalla città “istituzionale”, chi vi ha operato ha
sviluppato una professionalità multiforme, estranea agli schemi tradizionali
della formazione.
Per diversi anni il problema principale per queste realtà è stato il diritto
di esistenza e di cittadinanza, il tema è diventato, di nuovo, di drammatica
attualità con l’Amministrazione Cofferati.
La Giunta Guazzaloca, con intenti di attenuazione del conflitto sociale, aveva
avviato una sorta di regolarizzazione dei centri autogestiti, questa Giunta,
invece, ha scelto la strada dello scontro frontale.
Per quanto riguarda i diversi interventi delle politiche giovanili, la Giunta
di centro-destra nei suoi cinque anni di governo, ha smantellato molto,
impegnandosi solo nell’apertura del portale Flash Giovani, la Giunta Cofferati
non ha preso nemmeno in considerazione la questione.
Le nostre proposte
Noi riteniamo che le politiche verso i giovani vadano
rilanciate e sostenute.
Non si tratta di inventare nulla di nuovo, è sufficiente recepire una serie di
punti presenti nelle tante piattaforme e vertenze che diverse realtà giovanili
hanno portato avanti in questi anni:
- Va realizzata una vera “riforma dei centri giovanili”. Occorre un
progetto organico che rilanci la funzione di questi spazi, sicuramente in
forme diverse dal passato. Vanno privilegiate forme di autogestione di ragazze
e ragazzi e non imprese di dubbia valenza culturale. Comunque, non si può
ragionare sull’esistente, vanno potenziati i servizi e le opportunità per i
giovani.
- Va attivato un censimento degli spazi di proprietà
comunale, di altri Enti pubblici e di altri enti a controllo pubblico (Ipab,
Aziende Municipalizzate, Banche, Assicurazioni) da adibire ad attività sociali
e culturali per uso pubblico collettivo. Anche gli spazi di proprietà
dell’Università (da mettere a disposizione di associazioni e gruppi
studenteschi) vanno censiti.
- L’Amministrazione Comunale, deve pensare all’opportunità di attivare un
bando pubblico rivolto a soggetti privati per avere a disposizione un elenco
di contenitori, da acquisire attraverso permute, da impiegarsi per usi sociali
e culturali.
- Va incoraggiata la partecipazione delle realtà giovanili alla progettazione
degli spazi loro destinati o in cui potrebbe trovare sede l'Associazionismo
(dai Centri Giovanili del Comune, alle aree dismesse o non utilizzate). Va
prevista una valutazione, in merito alla destinazione di nuovi spazi, della
reale portata delle attività svolte dal soggetto destinatario
- Possibilità per gruppi e associazioni non a scopo di lucro, di usufruire
delle utenze pubbliche (acqua, luce e gas) o a titolo gratuito (come è già in
vigore per i teatri cittadini convenzionati con il Comune) o con aiuti del
Comune (come nelle convezioni per i Centri Sociali Anziani Autogestiti) o con
forti riduzioni del canone (rispetto ai contratti privati e commerciali).
Oltre a queste proposte, ripresentiamo i punti che,
come gruppi di sinistra, proponemmo durante la discussione del Bilancio
preventivo 2007 e che furono votati dal Consiglio Comunale come ordini del
giorno collegati alle delibere presentate dalla Giunta. Dal 20 febbraio
2007, sono passati sei mesi, quegli indirizzi impegnavano l’Amministrazione ad
atti concreti che non si sono mai visti.
Allora vennero indicati come interventi prioritari:
• Comunicazione: valorizzare e rafforzare il portale Flash Giovani, la web TV
“codec” e ripristinare i laboratori sperimentali.
• Rapporto Città/Università: rilanciare le borse di studio per
neo-laureati all’interno delle strutture amministrative cittadine; prevedere
l’istituzione di un “pacchetto servizi” al fine di agevolare l’accesso degli
studenti fuorisede a servizi quali il trasporto pubblico e la fruizione dei
beni culturali.
• Viaggi e scambi: potenziare l’offerta di scambi internazionali e
soggiorni vacanza, per garantirne la continuità rispetto agli anni precedenti.
• Cultura e promozione giovani artisti: valorizzare il ruolo e la
funzione, all’interno del tessuto cittadino, delle LFA quali strumento di
promozione di giovani talenti, garantendo un supporto adeguato in termini di
spazi, reali e virtuali, e di servizi che ne favoriscano l’attività e la
visibilità; predisporre bandi pubblici riservati ai giovani per progetti di
“pubblic art”, anche in collaborazione con artisti di fama già affermata.
• Individuazione di uno spazio adeguato in Zona Universitaria per la
realizzazione di un punto di ascolto rivolto ai cittadini, agli studenti e ai
frequentatori della zona che eroghi servizi quali il supporto per la ricerca
di alloggi per gli studenti e informazioni sulle iniziative culturali. Con
riferimento alle problematiche che insistono sulla zona si propone
l’ampliamento degli orari dei servizi igienici pubblici di largo Respighi.
• Promozione di interventi tesi a incentivare l’autonomia dei giovani
attraverso a titolo di esempio: convenzioni con primari istituti di credito
per la concessione di prestiti sull’onore, facilitazioni nel sistema degli
affitti, borse di studio, specifiche iniziative sul sostegno alla creatività e
alle produzioni culturali giovanili.
Venivano indicati anche altri interventi che prevedano politiche non
solo dedicate all’esclusione, ma tese anche a creare nuove forme di autonomia
per i giovani, tipo:
- incentivi per l’autoimpresa, incentivi per la mobilità nazionale ed
internazionale, finalizzati all’orientamento e all’informazione dei
giovani;
- nuovi percorsi formativi, anche per l’acquisizione di competenze
informali (volontariato e servizio civile).
- sostegno alla creatività e alle produzioni culturali giovanili anche
attraverso la individuazione di spazi specifici;
- inserimento attivo dei giovani nelle istituzioni, nelle politiche
sociali e nelle diverse organizzazioni, incluse quelle decisionali, conferendo
ai giovani un ruolo finalmente attivo e restituendo loro quel protagonismo che
si meritano.
Nello specifico si indicava lo sviluppo di un’azione di governo più efficace
sulle seguenti funzioni:
- Promozione (ricerca finanziamenti, progetti europei, ricerca partner,
assegnazione risorse ai progetti)
- Definizione Risorse (partecipazione ai bandi, ricerca dei fornitori,
sostegno alla sussidiarietà, promozione delle reti)
- Attivazione delle Azioni (realizzazione delle azioni e degli
interventi, gestione e controllo)
- Raccordo/Coordinamento (Convenzione con Ausl, Rapporti con Istituti e
altri soggetti, raccordo tra progetti dei vari ambiti, raccordo con Regione
Emilia Romagna e Provincia, Scuole/dispersione scolastica/integrazione,
servizi per disagio/agio, raccordo con i quartieri, aziende e partner del
terzo settore)
- Informazione e Orientamento (orientamento ai giovani per l’utilizzo
dei servizi culturali e sociali cittadini, produzione di informative, portale
e siti per i giovani).
Sport e aggregazioni
Il volontariato per la pratica sportiva e la tutela dei parchi urbani
“Tenere insieme” una città con le sue contraddizioni, in un contesto economico
sfavorevole, e’ difficile.
Ma il compito e le capacità degli amministratori si misurano su queste sfide.
Se storicamente l’immagine positiva dei buoni amministratori bolognesi di
sinistra ha fatto il giro del mondo, si deve allo sterminato esercito di
cittadini, i volontari, che hanno reclamizzato il “modello Bologna”, offrendo
le loro capacità, il loro tempo libero ed il loro impegno disinteressato. Il
“modello” è sicuramente in crisi da molto ma la “tenuta” (non solo elettorale)
di questo mondo era un dato indiscusso fino a pochi anni fa. La voglia smodata
di fare tabula rasa di ogni esperienza precedente al Mandato in corso ha messo
la Giunta in più circostanze contro il mondo associativo che nello sport,
nella cultura e nell’impegno civile e ambientale esprime e rappresenta un
presidio democratico.
Alcuni recenti episodi di intolleranza razziale e religiosa, di violenza alle
donne e di emarginazione giovanile confermano che, quando le persone
rinunciano alla dimensione collettiva per stare in casa davanti alla TV, le
città diventano più povere, più buie, più insicure.
Fra il mondo sportivo ed il Comune è crisi vera
Lo sport bolognese, oltre a produrre risultati agonisticamente eccellenti, ha
attraversato varie fasi. Molti anni fa, periodi di ricchezza finanziaria e,
poi, un interminabile periodo di magra che non è finito. Ma, dopo le infelici
vicende sui bandi per la gestione di alcuni impianti che hanno visto
contrapposti il Comune e le società sportive storiche, la situazione ristagna
pericolosamente.
Nella nostra città la pratica sportiva ha sempre avuto un carattere di massa
perché si privilegiavano l’attività dei giovani, degli anziani e degli
amatori. Oggi, invece, ha molto successo “l’attività motoria” reclamizzata
dalle “multinazionali del benessere”, che richiede spazi ridotti, prevede
costi di staff tecnici meno numerosi, limita gli impegni organizzativi e le
responsabilità nei confronti dei minori e consente guadagni rilevanti,
ammortizzando i costi di impianto e di attrezzature iniziali.
E’ quel che è successo in via Sante Vincenzi, dove è stato concesso ad a un
imprenditore di costruire, oltre le abitazioni, una palestra, del tutto
inutilizzabile per qualunque tipo di sport, ma perfetta per il fitness. In un
convegno del luglio scorso, l’Assessorato allo Sport ha messo a punto questa
nuova filosofia che darà priorità alla realizzazione di palestrine e piccole
piscine per praticare attività che fanno “bene” ma che non sono sport.
Perché il bando per il Campo Savena è fallito?
Anche il recente fallimento del bando per il Campo Savena di via Mondo
conferma una distanza grande fra le società sportive che ritengono
fondamentale la pratica sportiva (soprattutto per appassionare i bambini e gli
adolescenti) ed il Comune che si sbilancia sempre più verso le attività di
benessere. Il bando del Campo Savena non è stato appetibile per i costruttori
e per gli Enti di promozione, nonostante fosse previsto un certo numero di
parcheggi per abbattere i costi di realizzazione. Ma, comunque, il bando
prevedeva il solito spazio motorio, con bar, ristorante e non un impianto
sportivo in cui fare le attività federali. Nessuno ha pensato a coinvolgerle
nel progetto ma le Società sportive sarebbero state interessate a creare un
raggruppamento per realizzare in quell’area un impianto sportivo polivalente
vero e proprio, verificando con il Comune quali discipline necessitano di
altri spazi (boxe, ginnastica, pallamano, basket ecc…). Insomma, nessuna
società sportiva aborrisce il fitness o l’acquagym ma queste attività sono un
complemento redditizio delle attività principale rivolte ai giovani ed alla
terza età.
Quello che vorremmo, superando le contraddizioni
recenti, è un nuovo patto fra il Comune di Bologna e società sportive che, non
avendo patrimonio, hanno necessità di avere il Comune come ente che attiva le
fideiussioni per i progetti impegnativi (cosa che finora le assessore Bottoni
e Patullo non hanno voluto).
L’obiettivo non è solo quello di avere a Bologna squadre ed atleti di
successo. Le società sportive ed i Comitati di gestione storici hanno sempre
precisato che la loro attività non consiste soltanto nel custodire i locali,
aprendo i cancelli, controllando i rubinetti delle docce e facendo piccole
manutenzioni. E’ necessario che il Comune di Bologna smetta di considerare il
mondo sportivo qualcosa di “altro” da sé e scelga di utilizzare la risorsa del
volontariato per trasmettere, soprattutto ai giovani, modelli e messaggi
sociali e civili positivi.
Perchè la Montagnola di AGIO è considerata un “modello” ?
Anche nella gestione dei parchi cittadini si registrano situazioni di grande
disparità e di notevole degrado. Il parco della Montagnola è citato come
“modello” per garantire una buona fruizione delle aree verdi e dei giochi da
parte delle famiglie, limitando fenomeni di vandalismo e di frequentazioni
pericolose.
Ma perché la Montagnola viene considerata un “modello”? In questi anni abbiamo
denunciato i limiti della convenzione e, a tutt’oggi, risulta nebulosa la
gestione amministrativa di un complesso che tante realtà associative sarebbero
ben liete di guidare con meno soldi pubblici e privati.
La bontà del “modello Montagnola” di AGIO ha la benedizione della Curia
bolognese, il contributo generoso di Fondazioni e di sponsor privati e il
sostegno indiscriminato degli ambienti politici cattolici di centro destra e
di centro sinistra. Hanno le spalle forti e gestiscono in modo esclusivo
alcuni impianti (che non rientrano nella suddivisione annuale delle palestre
del Quartiere San Vitale). Però la Montagnola non è mai decollata come polo
sportivo per giovani atleti. Eppure, l’Assessorato allo Sport della Provincia
vi promuove, ogni anno, dal 6 al 13 settembre la tappa cittadina di
SPORTLANDIA. Un evento di richiamo (realizzato una volta in Fiera in occasione
della Campionaria di giugno) con sei giorni di promozione degli sport, prima
dell’inizio delle attività invernali.
Il parco, per la sua storia, per i ricordi e per la sua struttura è nel cuore
dei bolognesi e stupisce come i dirigenti di Agio non riescano a dialogare
positivamente neanche con i promotori dell’associazione Parco della
Montagnola, che sono stati genitori di bambini iscritti alla scuola
Giaccaglia-Betti e che dedicano parte del loro tempo ad immaginare un luogo
aperto e sicuro. E, poi, gli attuali gestori della Montagnola dispongono di un
albergo in via del Pallone, di cui si sa poco (chi lo utilizza, quanto “rende”
economicamente in un anno).
Un progetto per la tutela dei Parchi urbani bolognesi
Tante associazioni garantiscono la fruibilità ed il decoro dei parchi piccoli
e grandi della nostra città,
disponendo di finanziamenti miseri. Ne citiamo due ma potremmo ricordarne
tanti. Nel piccolo giardino
del Guasto e nel parco della Manifattura delle Arti alcune associazioni del
territorio hanno da tempo attivato convenzioni con il Comune per aprire e
chiudere i cancelli, provvedere alle pulizie, richiedere interventi
manutentivi nell’erogazione dell’acqua e nel funzionamento dei servizi
igienici. Ma, soprattutto, rendono
vivi questi luoghi, evitando la concentrazione di tossicodipendenti,
assistendo persone senza fissa dimora,
garantendo una frequentazione serena alle famiglie, vigilando sull’uso delle
aree riservate ai cani. Per pochi
spiccioli, offrono anche rassegne spettacolari in vari periodi dell’anno,
assicurando la sicurezza e la fruibilità
dei luoghi.
Quindi il parco “modello” c’è, anzi ce ne sono tanti! E li controllano e li
gestiscono tante associazioni che
chiedono solo maggior fiducia da parte del Comune di Bologna e dotazioni di
fondi superiori ai Quartieri per assicurare il decoro delle aree verdi che
tante città ci invidiano.
Chiediamo un impegno in tal senso, consapevoli che esistono due altre grandi
aree verdi attrezzate che
meritano
più attenzione: i Giardini Margherita e il parco del D.L.F. (Dopo lavoro
ferroviario)
Per i Giardini Margherita, è necessario pensare a rendere sicuro e
curato il Parco, anche responsabilizzando
le tre entità che sono presenti storicamente: lo Chalet, il Circolo Tennis ed
il Centro Giovanile.
La proprietà del Parco del DLF in via Serlio passerà al Comune di
Bologna ed è necessario pensare ad una convenzione che garantisca allo storico
gestore (il Dopolavoro Ferroviario) la possibilità di continuare ad
assicurare a tutti i cittadini i servizi finora offerti: il cinema, la
cultura, lo sport, occasioni e spazi di aggregazione
per giovani ed anziani.
La scuola un bene comune
Alla luce dell’aumento demografico in atto si rende necessario l’ampliamento
significativo della ricettività scolastica pubblica per attenuare le liste di
attesa.
La forte crescita della domanda di qualità e di quantità dei percorsi
educativi, deve trovare fin dal asilo nido una risposta adeguata nel sistema
pubblico e concentrare le risorse a sostegno del diritto all’istruzione per
tutti.
Garantire una migliore qualità dei servizi, serve a rispondere a nuove
esigenze del welfare cittadino.
Di anno in anno gli investimenti per la scuola pubblica calano sempre di più.
Le ultime finanziarie hanno ridotto la scuola in ginocchio, non ci sono le
risorse sufficienti per pagare le supplenze della scuola materna e primaria,
stanno scomparendo i progetti di alfabetizzazione degli alunni stranieri e
sono state tagliate drasticamente le ore di sostegno.
In questo quadro gravissimo, il Comune di Bologna continua a finanziare ogni
anno scuole materne e nidi paritari, sottraendo risorse alla scuola pubblica.
Dal 1993 al 2006 sono state istituite solo quattro nuove sezioni di materna
comunale mentre si privilegia regalare finanziamenti alle scuole paritarie,
con che sono passate nello stesso periodo da 49 a 71.
Tra poco si dovrà decidere sul rinnovo delle convenzioni con le scuole private
e pensiamo sia necessario congelare le convenzioni per le scuole private e
pensare ad un potenziamento della ricettività scolastica pubblica.
La scuola è un istituzione fondamentale sulla quale costruiamo processi di
interazione e crescita culturale; la scuola pubblica pensiamo sia un bene da
difendere sul quale investire, perché e l’unica che garantisca la pluralità
dell’insegnamento.
Su questo alcune proposte:
• Far decollare il piano di concertazione per la
definizione di un Piano di Offerta Formativa per l’Istruzione e la Formazione
Tecnico Professionale, promosso dall’Amministrazione Comunale coinvolgendo il
mondo della scuola con insegnanti e studenti e genitori e i soggetti
istituzionali ed economici interessati.
• Stabilizzare i precari che già lavorano nelle scuole materne comunali.
• Ridurre i finanziamenti previsti per le materne private, e rispondere ai
problemi delle liste d’attesa, d’interazione culturale e sostegno alla
disabilità.
• Servizio mensa di qualità biologica, nel pieno rispetto della legge
regionale in materia, e come più volte deliberato dal Consiglio Comunale.
8. I costi e l’efficacia della nostra politica
Tutta la politica è sottotiro, per cui si finisce per considerare scandalosa
l’indennità di un Consigliere di quartiere, che a Bologna non è nemmeno
sufficiente a coprire le spese.
Le ragioni di questa attenzione ai costi della politica sono tante:
Ci sono forze potenti, come Confindustria, che vorrebbero liberarsi di tutti
gli impacci, di tutti gli ostacoli al loro libero comandare e disporre.
Ma ci sono effettive condizioni di privilegio non giustificabili, in
particolare quando sono legate ad una efficacia molto ridotta.
Correggere questa realtà, con un corretto senso delle proporzioni, è il modo
più efficace per contrastare il Plebiscitarismo di Confindustria.
No alla moltiplicazione dei livelli istituzionali: tre
sono sufficienti.
Siamo per dire si all’Area Metropolitana, ma non può essere un altro livello
che si aggiunge quelli esistenti.
Per quanto riguarda il Comune: no ’aumento del numero degli Assessori.
Proponiamo modalità più rigorose e trasparenti di funzionamento del Consiglio
e delle Commissioni Comunali, come ad esempio: la doppia firma dei
consiglieri, da noi sempre sostenuta, che recentemente sembra essere condivisa
anche dal Sindaco.
La Sinistra in Consiglio