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UNA STRADA PER LORENZO GIUSTI
Il Consiglio Comunale di Bologna si riunì il 9 aprile 1946. Alle 20.50 entrò
in sala Francesco Zanardi, accolto da un lungo applauso. Giuseppe Dozza
apparve alle ore 21 precise.
Entrarono a Palazzo D’Accursio anche 3 anarchici, eletti nella lista del
Partito Socialista di Unità Proletaria. Nino Samaja, ebreo,
perseguitato prima e dopo l’avvento del Fascismo, medico fuoriuscito
all’estero, sessantottenne. Dozza gli affidò l’assessorato all’ Igiene. A
Lorenzo Giusti, 56 anni, dirigente del S.F.I., licenziato dal Fascismo
insieme ad altri 21mila ferrovieri, sarebbe andato l’assessorato alla Polizia
Urbana. Fu eletto anche Clodoveo Bonazzi, sindacalista storico dell’U.S.I.
e poi della Confederazione Generale del Lavoro di Bologna, pugnalato in casa
sua nel 1922 dagli squadristi. Erano tre uomini liberi che scelsero i
socialisti per continuare una battaglia iniziata tanti anni prima.
Agli inizi del ‘900, nel movimento operaio italiano, si contrapponevano due
differenti visioni della lotta di classe. Un sindacato maggioritario: la
Confederazione Generale del Lavoro, in cui prevaleva la componente riformista.
Un sindacato rivoluzionario, l’Unione Sindacale Italiana, in cui prevaleva la
componente libertaria e sindacalista rivoluzionaria. Nel Sindacato Ferrovieri
Italiani, pur essendo maggioritaria la tendenza anarchica, prevalse un
orientamento indipendente ed autonomo dalle due centrali sindacali.
Il capostazione Lorenzo Giusti iniziò in questo clima la sua
esperienza. Con lo spostamento della Direzione del S.F.I. a Bologna, entrò nel
Comitato Centrale Esecutivo del sindacato. I ferrovieri, nel gennaio del 1920,
proclamarono uno sciopero sostenuto da tutti i lavoratori italiani, che fermò
i treni per 10 giorni. La centrale dell’agitazione era a Bologna, nella Nuova
Camera del Lavoro di via Cavaliera 2. Ogni mattina, al Teatro Comunale di
Bologna, si teneva l’assemblea degli scioperanti. Il settimo giorno, giunse la
convocazione per iniziare le trattative. Il vice sindaco di Bologna, Nino
Bixio Scota, consulente legale del S.F.I., predispose per i ferrovieri delle
automobili Fiat Berlina che, in quindici ore, portarono nella Capitale la
delegazione sindacale. Dopo due giorni e notti di trattative, il Governo Nitti
accettò le richieste dei ferrovieri. Ripartirono i treni, nessun
licenziamento, le giornate di sciopero furono trattenute in busta paga in
misura di due al mese e quei soldi furono accantonati per costruire case
economiche per il personale. I ferrovieri avrebbero eletto 5 rappresentanti
nel Consiglio di Amministrazione delle Ferrovie.
Con l’affermarsi del Fascismo, Lorenzo Giusti, dopo il licenziamento
dalle Ferrovie, sorvegliato dalla polizia, girò l’Italia come rappresentante
di macchine automatiche. Fuggito in Spagna, fece la fame tra Barcellona e
Madrid. Fu accompagnato dai gendarmi al confine e entrò in Francia. Si fermò a
Tolosa per gestire una bettola, in cui sostavano gli antifascisti italiani
diretti in Spagna. Il 26 luglio 1936 varcò il confine spagnolo per vivere la
più bella stagione dell’anarchia. A Barcellona ebbe l’incarico di inquadrare
ed addestrare i volontari che arrivavano nella grande caserma di Pedralbes.
Dopo l’uccisione a Barcellona dell’anarchico Camillo Berberi da parte di
sicari stalinisti e dopo le repressione dei miliziani trotskysti, Giusti, nel
gennaio del 1939, con altre migliaia di sostenitori della Repubblica riparò in
Francia, dove fu imprigionato. Liberato dopo 18 mesi, fece attività
clandestina contro i tedeschi, dai quali fu rinchiuso in un lager in Slesia.
Evaso, rientrò a Bologna il 5 settembre 1943, non più ricercato come
pericoloso sovversivo. Nell’ultimo anno di guerra partecipò alla Resistenza
nell’Imolese.
Nel dopoguerra, Lorenzo Giusti fondò una cooperativa di consumo per i
ferrovieri, ipotizzando anche la costituzione di una banca cooperativa per i
lavoratori. Assunto l’incarico di assessore, il primo impegno fu il varo di
una nuova rete tranviaria in città. Ripristinò il servizio pubblico di
raccolta dei rifiuti (appaltato ai privati) e formulò il regolamento speciale
per l’Azienda Municipalizzata per la nettezza urbana. Affrontò il tema (già
allora combattuto) della regolamentazione della viabilità, cercando di
decongestionare la circolazione dentro le Mura, di individuare nuovi i
collegamenti con altri Comuni con le corriere, e di controllare l’elevata
velocità degli autoveicoli, a cominciare dai mezzi militari degli Alleati. Si
impegnò sul fronte dell’abusivismo commerciale, tenendo conto anche delle
condizioni disagiatissime dei venditori ambulanti improvvisati. Ripristinò la
gestione pubblica comunale dei parcheggi (gestiti fino ad allora dall’ACI).
Ripristinò il servizio pubblico comunale di affissioni che, dopo la
Liberazione, era stato affidato ad una società milanese. Guidò la Polizia
Municipale contro i trasgressori alle disposizioni di nettezza pubblica, che
favorivano le epidemie. Cercò di garantire agli agenti un equipaggiamento
dignitoso, acquistando anche 40 biciclette e 5 moto.
Ma Giusti aveva atteggiamenti che scandalizzavano molti colleghi.
Talvolta, giocava a briscola con i vigili urbani di Palazzo D’Accursio in uno
stanzino dimenticato. La sera, si fermava nelle taverne alle spalle della
Camera del Lavoro, per bere una bottiglia di vino e chiacchierare con i
ferrovieri ed i vecchi anarchici di Bologna.
Lorenzo Giusti morì il 19 gennaio 1962 nella sezione socialista
Vancini, durante un’assemblea. Aveva settantadue anni, conservava un
carattere gioviale e frequentava con assiduità la sede della Bolognina. Negli
archivi del Comune di Bologna non risulta alcuna commemorazione. Un
antifascista libero e dimenticato.
Martedì 8 luglio 1975, l’edizione bolognese dell’Avanti ne
ricordava la morte. Il giornale riportava una lettera trovata dalla moglie,
che Lorenzo aveva scritto pochi giorni prima di morire e rimasta a
metà:
Cari amici e compagni, vi dò l’ultimo saluto. La mia tormentata vita
terrena ha cessato di essere; sono passato nel numero dei più. Per me ora il
grave e grande mistero dell’oltretomba non esiste più. Comunque a questo mi ci
ero serenamente e tranquillamente preparato. Non si può andare contro la legge
della natura; non si può temere il poi quando si è rispettato la morale della
coscienza onesta ed intelligente. Ho sofferto molto ma ho amato di più. Le
gioie tutte intime di cui mi fu larga la vita le debbo unicamente alla
coscienza del mio dovere compiuto verso la famiglia e verso la società. I
dolori, le contrarietà, i sacrifici mi resero capace di comprensione, di
tolleranza, di perdono per tutti coloro che soffrono e che cadono in errore.
Una sola cosa ho odiato e combattuto: l’ingiustizia……..
Serafino D’Onofrio
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