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Michele Ainis insegna Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Teramo. Oltre all’impegno accademico, svolge un’intensa attività di editorialista. Tra i suoi ultimi volumi, Se 50.000 leggi vi sembran poche (con i disegni di Vincino, Mondadori 1999) e Le libertà negate (Rizzoli 2004).


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Michele Ainis - Bologna, 2 giugno 2006

Oggi l’Italia celebra il 60° anniversario del referendum istituzionale, che ha sostituito la repubblica alla vecchia e screditata monarchia. Allo stesso tempo celebra il 60° anniversario del primo voto femminile, dato che fino al 2 giugno 1946 metà della società italiana era rimasta orfana dei diritti politici, sicché versava nella condizione del suddito anziché del cittadino. Celebra infine il 60° anniversario dell’Assemblea costituente. Celebrare la Repubblica, celebrare l’eguaglianza, celebrare la Costituente significa celebrare la carta del 1947.
Questo però non è l’unico anniversario che cade nel 2006. Il 23 aprile scorso abbiamo del pari celebrato i 50 anni dalla prima udienza pubblica della Corte costituzionale, che della Costituzione è giudice e custode. E già questo sfasamento temporale è a suo modo assai emblematico del destino ricevuto in sorte dalla Costituzione repubblicana. Un destino di attuazioni parziali o tardive, dato che non solo la Consulta fu attivata con un ritardo di 8 anni, ma lo stesso è accaduto al Csm, al Cnel, per non dire poi delle regioni, inaugurate soltanto negli anni Settanta, e comunque sottodimensionate rispetto al modello disegnato dai costituenti.
Ma le colpe dei figli non possono intaccare i meriti dei padri. Certamente non è colpa dei nostri padri fondatori se la Costituzione appena battezzata fu immediatamente messa in frigorifero, come un embrione soprannumerario, durante gli anni del centrismo: erano infatti gli anni in cui il ministro dell’Interno, Mario Scelba, affermava che la Costituzione rappresentasse una «trappola» per la Democrazia cristiana. Non è colpa dei nostri padri fondatori se il modello di società che ci hanno consegnato ha poi subito l’azione corrosiva di prassi deformi e deformanti, sostituendo alla centralità del Parlamento quella dei partiti, al decentramento regionale l’accentramento della burocrazia statale, alla certezza del diritto la certezza delle sanatorie e dei condoni. Non è colpa dei nostri padri fondatori se il fantasma della «Grande riforma», che aleggia da trent’anni senza materializzarsi in alcuna riforma condivisa, ha infine prodotto un effetto di delegittimazione della Costituzione varata nel ’47.
Sicché, oggi, rievocare il lavoro dei costituenti significa evocare la promessa di libertà e di liberazione che rimane ancora iscritta nelle tavole costituzionali. Questo lavoro trasse alimento da una data: per l’appunto, il 2 giugno 1946. Il giorno del referendum istituzionale, ma anche il giorno in cui fu eletta l’Assemblea costituente. Un caso che è poi rimasto unico nella storia italiana di esercizio contemporaneo della democrazia diretta e della democrazia rappresentativa; sicchè possiamo ben dire che il 2 giugno 1946 il principio della sovranità popolare si è espresso alla sua massima valenza. Quel giorno lì ogni elettore ricevette una scheda con due simboli: una corona per la monarchia; una testa di donna con fronde di quercia per la repubblica. Ne scelse uno, e lo depositò nell’urna siglato da una croce. Ma gli italiani dovettero aspettare 30 ore prima che il ministro dell’Interno, Giuseppe Romita, annunciasse che la repubblica aveva superato la monarchia con uno scarto di 2 milioni di voti. E dovettero pazientare ulteriormente prima di conoscere i nomi degli eletti all’Assemblea costituente, dal momento che lo spoglio delle schede referendarie ebbe la precedenza su quelle elettorali. Sessant’anni fa non c’erano i fax, non c’erano i computer, non c’erano le reti informatiche né – per fortuna dei nostri progenitori – sondaggi e sondaggisti; ieri come oggi, cadde però una pioggia di contestazioni sul risultato elettorale, tant’è che il dato ufficiale si conobbe solo il 18 giugno, dopo i controlli della Cassazione.
Ma veniamo all’Assemblea costituente, la prima assemblea elettiva della storia repubblicana. Fu eletta con la proporzionale pura, perché quando c’è da scrivere le regole del gioco è bene che ogni voce sia ascoltata, e dunque che sia rappresentata; e questo nonostante la diversa opzione di chi – come Einaudi – temeva che la proporzionale alimentasse un regime dei partiti. L’assemblea era composta da 556 membri, meno di quanti ne conta oggi la sola Camera dei deputati. Uomini e donne per lo più giovani e talvolta giovanissimi, che per l’80% militavano nelle tre formazioni politiche maggiori: alle elezioni del 2 giugno la Dc aveva infatti guadagnato 207 seggi, il Psiup 115, il Pci 104. Spiccava quindi, da un lato, la Democrazia cristiana, come partito di maggioranza relativa; ma dall’altro lato la somma dei seggi conquistati da socialisti e comunisti (che a quel tempo avevano stretto un «patto di unità d’azione») superava il peso della Dc. E c’era infine una terza componente, quella laica e liberale, con i 41 eletti dell’Unione democratica nazionale, i 23 del Partito repubblicano, i 7 del Partito d’azione, e infine gli ex azionisti Ferruccio Parri e Ugo La Malfa. Dall’incontro di queste tre famiglie culturali è nata la Carta repubblicana: una Costituzione «di compromesso», come si è poi ripetuto molte volte, e spesso con una valenza deteriore e spregiativa. Dimenticando tuttavia l’insegnamento di Hans Kelsen, il più grande giurista del secolo ventesimo: e cioè dimenticando che la democrazia stessa è nella propria essenza compromesso tra forze antagoniste, che i Parlamenti formano per l’appunto luoghi nei quali ci si parla, ci si confronta tra maggioranza e opposizione, e che ogni assemblea elettiva ha la funzione di sostituire il dialogo alle armi, la mediazione alla prevaricazione.
Se dunque questa fu la missione storica dei costituenti, possiamo ben concludere che la missione venne compiuta con successo. Anche se le condizioni di partenza rendevano la loro opera quasi proibitiva. E infatti.
In primo luogo mancava un precedente, un’esperienza di riferimento: questo perché il vecchio statuto albertino non era nato dai dibattiti di un’assemblea costituente, e anche quando Mazzini la propose, nel 1860, gli venne rifiutata. Mancavano inoltre punti di raffronto nel diritto comparato: i costituenti italiani conoscevano bene la Costituzione americana e quella sovietica del 1936, ma al più potevano servirsene per mettere a fuoco – secondo il verso di Montale - «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». E anche la Costituzione della IV repubblica francese, che s’andava formando nel medesimo periodo, rappresentava un modello forse accettabile per le sinistre, ma non per tutta l’assemblea.
In secondo luogo faceva difetto un progetto preliminare da cui prendere le mosse, sicché i costituenti si trovarono a lavorare – per così dire – al buio, col rischio d’imbarcarsi in discussioni astratte sui vari modelli di costituzione senza uno schema stabilito a priori. L’unico ausilio disponibile erano le pubblicazioni commissionate da Pietro Nenni, ministro per la Costituente nel governo Parri, che a suo tempo aveva dato impulso a 4 gruppi di studio rispettivamente presieduti da Giacomo Perticone, Alberto Maria Ghisalberti, Giovanni De Maria e Ugo Forti. Ne era venuta fuori una collezione di volumi di grande interesse culturale, ma un po’ sovrabbondante per le esigenze di un’assemblea elettiva, e anche un po’ sbilanciata sui problemi teorici anziché su quelli pratici: come disse Nitti, 15 chili di libri che lui avrebbe accuratamente evitato di studiare.
In terzo luogo, l’assemblea dovette coniugare il lavoro costituente con il lavoro ordinario di ogni assemblea politica. E infatti il 28 giugno 1946 elesse Enrico De Nicola capo provvisorio dello Stato. Il 25 luglio successivo conferì la fiducia al secondo governo De Gasperi, ripetendo poi la stessa votazione nel febbraio e nel maggio 1947, per il terzo e per il quarto governo presieduto da De Gasperi. Svolse funzioni ispettive e di controllo sull’operato dell’esecutivo. Infine sviluppò una sia pur circoscritta attività legislativa, approvando 37 leggi ordinarie su argomenti minori, e approvando inoltre la legge elettorale del Senato, quella sulla stampa, quella che autorizzò la ratifica del Trattato di pace, nonché gli statuti delle Regioni ad autonomia differenziata.
In quarto luogo, tutte queste attività erano rese ancora più impervie dal clima di frattura ideologica che il mondo respirava nell’immediato dopoguerra, con la contrapposizione Est-Ovest, fra l’Occidente democratico e l’Oriente comunista: una contrapposizione che si rifletteva pari pari fra i banchi dell’assemblea costituente, e che fu acuita dall’uscita delle sinistre dal governo, nella primavera del 1947. Poco prima era avvenuta la scissione di palazzo Barberini, quando il partito socialista si divise in due tronconi; ed anche in questo caso non senza conseguenze sull’assemblea costituente, tanto che i suoi lavori subirono una pausa, e che il socialdemocratico Saragat fu sostituito dal comunista Terracini alla presidenza della Costituente. Ciò nonostante l’assemblea costituente rimase come un’isola, lontana e per l’appunto distaccata dalla terraferma in cui infuriava la buriana; anche sulla stampa, sui giornali di quattro pagine che si pubblicavano a quell’epoca, le notizie sulle scelte costituzionali che l’assemblea veniva maturando erano scisse dalla cronaca politica, spesso incorniciate in un riquadro. Di tanto in tanto pure in quell’aula s’udiva un rullo di tamburi, questo sì, un’eco proveniente dai campi di battaglia; ma il rumore non sovrastò mai la discussione. Tant’è che il comunista Terracini continuò a guidare con autorità e vigore l’opera dei costituenti anche dopo la frattura con De Gasperi; e che l’atmosfera ormai di piena guerra fredda non impedì ad esempio di approvare l’art. 7, quello sui patti lateranensi, con il voto dei cattolici e dei comunisti insieme.
In quinto luogo e infine, nessuno fra i costituenti poteva prevedere in che modo la società italiana avrebbe saputo liberarsi dalle macerie della dittatura e della guerra. Così come nel 1946-47 nessuno avrebbe potuto azzardare un pronostico affidabile sugli equilibri politici futuri, quelli che verranno poi determinati dalle elezioni del 18 aprile 1948. E in conclusione nessuno era in grado di misurare gli effetti concreti dei modelli istituzionali che s’andavano imbastendo. Tuttavia questa condizione d’incertezza rappresentò altresì un vantaggio: perché le regole del gioco vennero scritte prima che cominciasse il gioco, senza calcoli precostituiti, senza la lente deformante del tornaconto di partito. È la condizione ideale per il lavoro di un’assemblea costituente: il «velo d’ignoranza», quello di cui ha parlato il filosofo John Rawls. E i costituenti si trovarono ad agire, come disse Calamandrei usando un verso dantesco, «come quei che va di notte, che porta il lume dietro e a sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte».
Se nonostante questi 5 formidabili problemi il cammino dell’Assemblea costituente ha infine raggiunto la sua meta, se insomma la nave costituente non ha mai fatto naufragio – come è poi accaduto a ben 3 commissioni bicamerali varate in Parlamento – il merito è anche delle modalità organizzative con cui questo lavoro è stato sviluppato. Sicché è giusto ricordarle, sia pure per accenni, per sommi capi.
Qui allora si deve innanzitutto mettere l’accento su una data, su un giorno di calendario che segna in modo affatto singolare tutta la nostra storia costituzionale: il 25 giugno. E infatti il 25 giugno 1944, con un decreto legislativo luogotenenziale, fu varata la prima Costituzione provvisoria, stabilendo che le forme istituzionali della nuova Italia sarebbero state decise da un’assemblea costituente eletta a suffragio universale. Il 25 giugno 1946 la Costituente tenne la sua prima riunione, aperta dal presidente anziano Vittorio Emanuele Orlando, e in quella seduta elesse alla presidenza Saragat con un consenso amplissimo: 401 voti su 468 votanti. Il 25 giugno 2006, esattamente sessant’anni dopo quella seduta inaugurale, gli italiani verranno chiamati di nuovo a un referendum per decidere se mantenere in vita l’opera dei costituenti.
Sul versante organizzativo, la chiave di volta del successo va probabilmente ravvisata in due fattori: nella prima fase, l’idea di redigere un progetto preliminare di costituzione, e di affidarne la stesura a una commissione ad hoc; nella seconda fase, l’opera del presidente Terracini. La commissione fu composta da 75 membri nominati dalla presidenza dell’assemblea su proposta dei diversi gruppi parlamentari; elesse come proprio presidente Meuccio Ruini, uno dei grandi vecchi della Costituente, già ministro del Tesoro nel governo Nitti; su proposta di Ruini, si articolò a sua volta in 3 sottocomitati; questi ultimi si dedicarono rispettivamente al tema dei diritti, al tema dell’architettura dello Stato, al tema dell’economia. Ogni sottocomitato scelse 2 correlatori per materia, eccetto il secondo – che era anche il più numeroso, dovendo innestare l’idea regionale nel corpo unitario dello Stato – che ne scelse 3. Fra i 75 commissari spiccavano varie personalità politiche, a cominciare da Togliatti; ma sul piano dei numeri, spiccava soprattutto il nutrito drappello dei professori, che ogni partito aveva indicato per arricchire la commissione delle loro competenze, anche se poi questi professori si rivelarono tutt’altro che docili alle direttive dei partiti. E così fra il luglio 1946 e il gennaio 1947 la Commissione dei 75 concluse i suoi lavori, consegnando un progetto compiuto all’esame dell’assemblea.
Qui comincia per l’appunto il ruolo di Umberto Terracini, un ruolo accentuato anche dall’atteggiamento del governo, che correttamente si tenne in disparte dai lavori, tant’è che in assemblea costituente i banchi dei ministri erano vuoti, mentre il loro posto fu occupato dal comitato di redazione. In ogni modo lui, Terracini, condusse una lunghissima sessione di 170 sedute – dal 4 marzo al 22 dicembre 1947 – togliendo talvolta la parola agli oratori troppo prolissi pur di guadagnare tempo, ma sempre con una capacità di ascolto e mediazione che gli valsero il riconoscimento dell’intera assemblea. Cito un solo episodio, a proposito dello scrupolo di cui diede prova Terracini. Nelle ultime e convulse giornate che precedettero il voto definitivo, c’erano state critiche sulla qualità letteraria del testo; e allora Terracini incaricò Concetto Marchesi di rileggerne gli articoli uno ad uno, affiancandogli due scrittori, il critico letterario Pietro Pancrazi e il saggista Antonio Baldini. Il risultato è che la Costituzione italiana offre un esempio anche di stile letterario, in termini di sobrietà, di eleganza, di proprietà lessicale; e chi conosce il linguaggio col quale vengono redatti i nostri testi normativi, sa bene che quell’esempio non si è mai più ripetuto.
Infine la costituzione fu approvata il 22 dicembre del 1947, in un freddo pomeriggio invernale. Fu approvata con 453 voti favorevoli ed appena 62 contrari. Pochi o molti, a seconda dei punti di vista. Ma per l’appunto in assemblea costituente ci furono una sessantina di bastian contrari. Ed anche la stampa di destra, come il Tempo di Roma, l’indomani bersagliò a colpi di fucile la troppa solennità dell’evento, ironizzando su ingegneri ed architetti che s’applaudono da soli. Ma non c’è dubbio che l’atto finale fu solenne. Quando venne proclamato l’esito del voto il campanone di Montecitorio suonò a distesa nella piazza, mentre la facciata del vecchio palazzo s’accendeva di centinaia di luci come una luminaria. Luci e bagliori anche all’interno del palazzo, dove i fotografi fecero scattare le loro macchine al lampo di magnesio. Ma forse il momento cruciale della cerimonia era già scoccato un’ora prima, benché pochi l’abbiano poi rievocato negli anni successivi. Fu quando Meuccio Ruini consegnò nelle mani di Umberto Terracini il testo. Ecco, in quell’istante un gruppo di garibaldini, che avevano preso posto nelle tribune di Montecitorio con le loro chiome incanutite e la camicia rossa, intonò l’inno di Mameli. Lui, Terracini, fu preso alla sprovvista dal fuoriprogramma, e reagì con imbarazzo; ma subito vi s’associò l’intera assemblea, e anche il pubblico su nelle tribune cominciò a cantare il nostro inno nazionale. Così gli italiani seppero già d’avere la loro Costituzione, benché ancora i costituenti non l’avessero votata.
Se una classe dirigente si giudica dalla capacità di realizzare gli obiettivi che essa stessa si era posta, allora c’è da dire che la classe dirigente italiana dell’immediato dopoguerra rimane un modello ineguagliato, anche nei decenni successivi. Ma chi erano i nostri padri fondatori? Vorrei dirlo senza enfasi, senza sospetto di retorica: erano uomini d’una pasta speciale. Ma soprattutto era speciale l’epoca in cui vissero. E del resto proprio qui si fonda la pretesa della generazione costituente di vincolare le generazioni successive, d’impegnarle su un testo scritto da altri, e che per modificarlo non basta la maggioranza che ha vinto le elezioni. Una pretesa che parrebbe fare a pugni col principio democratico, ma che discende dall’eccezionalità dell’opera compiuta da quella generazione: la liberazione dalla tirannide, l’edificazione della libertà, dell’indipendenza nazionale, della pace, della prosperità. È questo che le dà diritto, come diceva John Adams – che fu il secondo presidente degli Stati uniti – di decidere un governo per sé e per i propri figli, facoltà che in genere gli uomini non possiedono più di quanta ne abbiano di scegliersi l’aria, il clima, la terra su cui nascono. Loro del resto lo sapevano, erano ben coscienti della posta in gioco. E questa consapevolezza li ha tenuti al riparo dallo scontro politico che divampava all’esterno del palazzo; così come li ha aiutati, bisogna riconoscerlo, il fatto che quegli uomini parlassero lo stesso logos, al di là del partito in cui erano schierati.
Perché fra di loro c’era un vissuto comune, ecco, una comune esperienza di vita. Non solo quella cementata nell’«università del carcere», dove fermentò l’intesa tra operai ed intellettuali, così come fra laici e cattolici, fra liberali e socialisti, chi più chi meno tutti perseguitati dalla dittatura, dato che le galere fasciste si aprirono per Gramsci e per Pertini, ma anche per De Gasperi. D’altra parte a Napoli fu devastata la casa di Benedetto Croce al pari di quella di Arturo Labriola. E don Sturzo sperimentò l’esilio non diversamente da Togliatti. Ma forse è un prezzo che ogni totalitarismo paga suo malgrado, quello d’affratellare le sue diverse opposizioni. E per quegli uomini la volontà di affrancarsi da un regime stupido e dispotico contò più della scelta dei mattoni con cui sostituirlo. Nel 1947 Vittorini scrisse a Togliatti per rammentargli come lui fosse diventato comunista non per ideologia, bensì aderendo «a una lotta e a degli uomini». Sta di fatto che le nuove istituzioni vennero progettate da un’élite, da un gruppo composito e compatto d’intellettuali e di politici quale forse mai l’Italia aveva avuto nel passato. Un’élite forgiata dalla guerra, e spesso attraversata al proprio interno da legami familiari e vincoli di sangue, evidentemente più potenti delle diverse militanze di partito. Basta pensare a Giorgio Amendola, figlio del deputato liberale ucciso a bastonate dai fascisti, e poi a sua volta dirigente comunista e membro dell’assemblea costituente, ma senza rinnegare mai la sua primitiva formazione liberale. Insomma c’era un collante fra quegli uomini, ce n’era soprattutto uno: la cultura. Che allora veniva tenuta in grande conto, quale elemento d’emancipazione e di riscatto. C’è bisogno di ricordare Di Vittorio? Fu un costituente anch’egli, e tra i più attivi: lui, che da umile bracciante pugliese divenne in seguito presidente della federazione sindacale mondiale.
La loro cultura si nutriva d’una medesima educazione ai classici, da cui il gusto per la tradizione, per la storia, che conoscevano assai bene. Sapete che la rivoluzione francese fu ricordata per 64 volte nel corso del dibattito? Quasi quanto Mazzini e Cavour, che ottennero un centinaio di citazioni a testa. Ma di tanto in tanto venne evocata perfino l’ombra di Maometto: 7 volte.
Come che sia, lì in mezzo c’era il sale della nostra intelligenza. Sì, c’era il meglio della cultura giuridica dell’epoca, da Mortati a Perassi, da Tosato a Calamandrei. E non solo giuridica: in assemblea costituente sedettero latinisti insigni come Concetto Marchesi, o economisti di fama internazionale come Luigi Einaudi, che poi verrà eletto alla carica di capo dello stato. Senza dire del gruppo dei “professorini” cattolici, Moro, Dossetti, La Pira, giovanissimi ma già molto brillanti.
Insomma: per la levatura di quei personaggi, per lo spirito con cui seppero comporre i reciproci contrasti, per le intenzioni che ne animarono il lavoro, è un’accusa ingenerosa quella che confuta in radice la bontà del loro operato. Eppure quest’accusa è risuonata molte volte nei decenni successivi: la colpa dei costituenti sarebbe quella d’avere disegnato istituzioni deboli, in grado di permettere la coabitazione di forze nemiche una dell’altra. La loro colpa sarebbe insomma d’essersi trincerati nell’apologia del condominio, del governo di tutti e quindi di nessuno, consegnandoci una Costituzione viziata dalla malattia consociativa.
Ma il consociativismo non ha in sé una connotazione negativa. Deriva dalla consociatio descritta già in Althusius, e per molti esprime una precisa necessità di governo nelle società divise, dove esistono fratture religiose, ideologiche, o più semplicemente culturali fra i cittadini di un paese, e quindi fra i partiti che li rappresentano. In situazioni del genere se le minoranze fossero del tutto escluse dal potere perderebbero ogni residua fedeltà al regime, e comunque sarebbero spinte ad abbracciare posizioni sempre più oltranziste e radicali. Ecco perché i costituenti previdero una serie di pesi e contrappesi: li previdero, e fecero bene, perché in questo modo posero al tempo stesso un argine contro i pericoli d’una dittatura della maggioranza.
Eppure questa stessa accusa fu evocata negli stessi banchi dell’assemblea costituente, quando venne puntato l’indice sul peccato originario della costituzione: lo spirito di rinvio, come disse Piero Calamandrei. È la celeberrima sentenza del giurista fiorentino sul compromesso costituzionale: «per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella costituzione una rivoluzione promessa». E lo stesso Calamandrei paragonò il testo venuto fuori dal confronto tra i partiti a un libertino di mezza età, cui un’amante giovane abbia strappato via tutti i capelli bianchi per ringiovanirlo, mentre l’anziana moglie gli abbia tolto quelli neri per renderlo più vecchio. Col risultato che il libertino rimase infine con la testa completamente calva.
Lui però militava nella schiera dei preambolisti, insieme a Laconi, Cevolotto, Lucifero e altri ancora. Sosteneva cioè l’opportunità di confinare in un preambolo, staccato anche fisicamente dalla carta costituzionale vera e propria, le proclamazioni di principio che non si traducono in diritti, che insomma non ci puoi andare dal giudice per farle rispettare. Per esempio il principio della piena occupazione: quanti erano i disoccupati nell’Italia del 1948? Due milioni, forse anche meno. Sessant’anni dopo, sono diventati tre milioni. Eppure l’art. 4 sta sempre lì a promettere lavoro per tutti, «secondo le proprie possibilità e la propria scelta». Anzi: c’è una frase in cui vi si sancisce addirittura l’obbligo di svolgere un’attività lavorativa.
E infatti veniva da qui l’avversione di Calamandrei contro i diritti sociali, come quello all’istruzione, o come il diritto alla salute. Dalla preoccupazione che a quelle belle intenzioni normative non seguissero mai i fatti, e che gli italiani un po’ alla volta s’abituassero a considerare la loro carta costituzionale come una vecchia zia, una signora prodiga di consigli e ammonimenti, cui si presta omaggio sapendo però che non c’è da darle retta. Calamandrei temeva insomma che il discredito in cui fossero cadute le norme etico-politiche della Costituzione trascinasse con sé tutto quanto il resto, sminuendo l’autorità del nuovo documento costituzionale. Perciò lui e quegli altri cercarono di metterle in soffitta, facendole annegare in un preambolo; e tuttavia, come si sa, non ci riuscirono. Infatti prevalse la posizione di Togliatti, che sottolineava l’importanza d’imprimere un orientamento, un impegno sulle questioni di carattere sociale, da passare poi all’incasso delle generazioni successive. Ma meno male che prevalse. Perché i diritti sociali, e più in generale le disposizioni di principio disseminate nella prima parte del testo costituzionale, esprimono i valori di fondo di questa repubblica, così come venne disegnata allora dai nostri costituenti. Senza, la costituzione sarebbe un’altra cosa: sarebbe stata come le vecchie carte ottocentesche, né più né meno. Che garantivano la proprietà, ma non la giustizia sociale. E che certamente non erano fondate sul lavoro, sulla dignità di ciascun lavoratore, come viceversa afferma, e fin dal suo primo articolo, la costituzione del ’47.
E infatti quando il lavoro fu concluso, immediatamente una speranza di riscatto percorse la società italiana frustrata dalla dittatura e dalla guerra persa. Nel Mezzogiorno i contadini, di fronte a soprusi vecchi e nuovi, per la prima volta alzarono la testa. «Mo’ ci sta scrittu n’ta legge», dicevano, e per un momento lo Stato italiano – quello Stato «più lontano del cielo» di cui racconta Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli – parve vicino, amico. Per un momento Roma non fu più un luogo astratto e remoto, un nome nella carta geografica, ma il centro da cui partiva la rinascita: una rinascita economica, sociale, e per una volta anche giuridica.
Ma dopo quella speranza fu tradita, e allora scoppiarono rivolte contadine, e occupazioni di terre, e repressioni poliziesche. Quando la riforma agraria, anticipata dai decreti Gullo del 1944 e poi solennemente iscritta nel testo della costituzione, fu invece boicottata dal Governo, i contadini calabresi presero possesso delle terre abbandonate, in cortei festosi di donne e di bambini col grembiulino e il fiocco che agitavano bandiere tricolori, e sfilavano sotto un suono di campane. Il ministro dell’Interno, Mario Scelba, reagì spedendo i celerini armati di mitraglia: la strage di Melissa. E da quel momento nelle campagne meridionali cominciò a risuonare il grido: «viva la costituzione, viva l’Italia». Come un secolo prima, né più né meno. Perché anche nel 1848 i contadini poveri avevano cercato di riappropriarsi delle terre che consideravano usurpate dai “baroni”; ed anche allora invocavano l’autorità della costituzione. Ma nel 1949 c’era di più: adesso la loro lotta poggiava su un preciso fondamento normativo. C’era, o quantomeno avrebbe dovuto esserci, una nuova legalità, un nuovo ordine costituzionale. C’era l’art. 42 della carta repubblicana, che impone allo Stato di determinare «i limiti» della proprietà privata, «allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti»; c’era l’art. 44, che prescrive «obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata», nonché, di nuovo, «limiti alla sua estensione». Ecco perché questi articoli i contadini li conoscevano a memoria, e se li ripetevano ogni giorno; dopo i fatti di Melissa, le colonne di braccianti che marciavano sulle terre inalberavano sempre, ben in alto sulle loro aste, il testo recente della Costituzione.
Ecco, fu questo il lascito dei nostri costituenti: una promessa di libertà, e insieme di eguaglianza. Per onorare questo lascito, e al contempo per celebrare l’anniversario dell’Assemblea costituente, noi tutti abbiamo il compito di trasformarlo in carne e linfa della società italiana.