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Lettera ai direttori dei giornali (9 dicembre 2006) - di Piergiorgio Welby - 28 maggio 2007 (file pdf)

TESTAMENTO BIOLOGICO. ANCHE SENZA LEGGE E' POSSIBILE FARLO - comunicato stampa dell'ADUC (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori) - 23 maggio 2007<segue>

Declinare è laico - di Carlo Loiodice - 27 maggio 2007 <segue>(file pdf)
WELBY - The exemple of christ and voluntary active euthanasia - un progetto fotografico di Matteo Montanari - mostra fotografica a cura di "Piccolo Formato" (associazione di fotografi) - 30 maggio 2007 <segue> (file pdf)
DUE NUOVI LIBRI DI CLAUDIO SABELLI FIORETTI “La mia vita è come un Blog” / “Ciao Welby – Dalla carrozzina al mondo” con una prefazione di Mina Welby - Aliberti Editore <segue> (file pdf)
Si è svolto oggi un cordiale incontro tra l'assessore regionale alla Sanità Giovanni Bissoni, il presidente della Commissione assembleare Politiche per la salute e Politiche sociali Tiziano Tagliani e una delegazione di radicali (Mina Welby, Giulia Simi, vicepresidente dell'Ass. Luca Coscioni, Andrea Panzini, presidente della Cellula Coscioni di Bologna, Monica Mischiatti, Comitato Nazionale di Radicali Italiani - comunicato stampa della Cellula Coscioni - 13 giugno 2007<segue> (file pdf)
Rassegna Stampa
Don Nicolini racconta la sua idea di laicità - da "L'Unità" Bo del 27 maggio 2007 (file pdf)
Don Nicolini al "sabato laico" dei radicali - da "Il Resto del Carlino" del 27 maggio 2007 (file pdf)
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home/iniziative/declinare laico
DECLINARE LAICO - nella vita, nella politica, nella scienza, nella
religione
SABATO 26 MAGGIO 2007 - ore 16,00 - Cappella Farnese, Palazzo D'Accursio, Piazza Maggiore 6
incontro pubblico
intervengono: Mina Welby, Franco Grillini, Carlo Flamigni, Giovanni
Nicolini
introduce: Monica Mischiatti
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intervento di Andrea Panzini
(presidente della Cellula Coscioni di Bologna)
L'eutanasia, un fondamentale diritto civile
ed umano
L'età della tecnica, in cui gli ordinamenti giuridici del presente si trovano
ad operare, si caratterizza sostanzialmente per due profili. In primo luogo,
per l'enorme progresso e le
straordinarie potenzialità che le nuove conoscenze e applicazioni mettono a
disposizione degli uomini, o almeno di chi è in condizione di usarne. Scenari
inediti si schiudono in ogni campo del vivere e l'intuizione baconiana -
scientia est potentia - diviene palpabile verità. Per la prima volta l'uomo è
in grado di determinare non solo come deve vivere, ma che cosa deve
costitutivamente essere. In secondo luogo - ed è questo il novum davvero
radicale - si caratterizza per il
fatto che il progresso della tecnica avviene in concomitanza con la "fine
delle grandi narrazioni morali" (ENGELHARDT, Manuale di bioetica) e con lo
sgretolarsi delle comunità monoetiche di un tempo, in cui esisteva una sola
idea di bene per tutti i membri. La realtà nuova con cui fare i conti è la
società multietica abitata da "stranieri morali", tali che quel che per alcuni
è giusto, per altri è riprovevole. E' la relativizzazione di ogni assoluto; il
politeismo dei valori; la
desacralizzazione della morale. E' - in una parola - la secolarizzazione.
Tutto ciò incide grandemente sul diritto e sul ruolo di cui viene investito.
Per un verso, infatti, il progresso scientifico e tecnologico scatena come
reazione un'assillante ansia di giuridicità nell'uomo postmoderno, che,
vedendo moltiplicate e potenziate le sue possibilità, si rivolge al diritto
non solo perché riconosca spazi di libertà sempre maggiori ed elimini divieti
percepiti come obsoleti e inadeguati, ma
anche perché tracci limiti alla liceità dell'agire tecnico, per evitare che
esso possa rivelarsi distruttivo di altre libertà e di altri diritti. Insieme
al fascino della nuova libertà, dunque, l'uomo avverte fortemente il pericolo
che può derivare dalla sua incapacità di gestirla. Per altro verso, la
secolarizzazione e la frantumazione dei modelli etici fanno sì che l'uomo
postmoderno percepisca come inaccettabile l'idea che i limiti che il diritto è
chiamato a tracciare per arginare la tecnica
siano una mera trasposizione sul piano giuridico di dogmi dettati dalla
morale, come accadeva quando il referente legittimo a dettare i confini della
scienza era la Chiesa (e come è accaduto nel caso della legge 40 sulla
fecondazione assistita). La pretesa che egli avanza è che il diritto sia in
grado di garantire, insieme e oltre le regole, autentici spazi di autonomia,
che tengano conto della pluralità degli universi morali che popolano la
società multietica. Sintetizzando i due profili, quella che l'uomo postmoderno
esige dal diritto è una prestazione tesa tra autorità e libertà.
Per indagare sul ruolo del diritto nell'età della tecnica per esempio si può
approfondire la riflessione su uno di quei diritti di ultima generazione che
originano dai pericoli alla vita, alla libertà e alla sicurezza, provenienti
dall'accrescimento del potere tecnologico. L'eutanasia, più di tutti, mi pare
adeguata allo scopo: intreccio concettuale ed empirico, emblematico come
pochi, del binomio diritto-tecnica, ma anche di altri binomi cruciali come
libertà-autorità, laicità-sacralità, individuo-comunità.
Solo ora (ora che il progresso tecnologico ha reso possibile procrastinare la
fine oltre il punto in cui la vita ha ancora valore per il paziente stesso,
anzi oltre il punto in cui questi è in grado di darle un valore; ora che la
secolarizzazione ha reso possibile la relativizzazione dell'etica della
sacralità della vita in ogni suo istante biologico) la possibilità di compiere
una scelta libera e consapevole sulla propria morte ha perso i connotati della
sporadicità, e viene rivendicata - da molti, per molti - non più contro la
natura, ma contro l'invadenza della tecnica nelle fasi ultime della vita, come
"nuovo diritto dell'uomo": diritto a sottrarsi alle pretese di una medicina
interpretata come sfida alla morte a qualsiasi costo, come ostinazione a
prolungare la vita indipendentemente dalla sua qualità, diritto a non
considerare il proprio definitivo limite biologico come avversario da
combattere anche al prezzo di una sopravvivenza priva di senso, diritto a
decidere se il momento di chiusura della propria finitezza debba essere
delegato ad altri o faccia parte delle aspirazioni e delle possibilità che
solo al singolo individuo appartengono.
In netta antitesi rispetto alle posizioni di serrata chiusura nei confronti
dell'eutanasia proprie della teoria statalista e comunitarista, si pone
l'orientamento dottrinario che àncora le premesse del suo discorso a una
rappresentazione liberale dello Stato, e, conseguentemente, a una dottrina dei
diritti dell'uomo tale per cui gli uomini - tutti gli uomini - hanno una sfera
di diritti che lo Stato deve rispettare non invadendoli e garantire nei
riguardi di ogni possibile invasione da parte degli altri. Sottesa alla
rappresentazione liberale dello Stato è una concezione individualistica della
società che, rivoluzionando il tradizionale modo di intendere il rapporto
politico, assegna il primato all'individuo (Bobbio, ne L'età dei diritti,
parla dell'individualismo come di una "rivoluzione copernicana" nel modo di
intendere il rapporto politico). Lo Stato in funzione dell'individuo e non più
l'individuo in funzione dello Stato. In uno Stato fondato su presupposti
siffatti non è ammissibile alcuna ingerenza della pubblica autorità in tutte
quelle "azioni interne" dell'individuo che riguardano soltanto lui, che
concernono la sfera della sua coscienza interiore, la sua sensibilità, il suo
pensiero, le sue opinioni morali, religiose o scientifiche, o anche solo i
suoi gusti e le sue preferenze, e che strutturano e modellano i suoi progetti
di vita.
Lo Stato, pertanto, deve strutturarsi come laico e imparziale: le sue leggi,
le sue decisioni politiche, le sue sentenze non possono riflettere alcuna
morale particolare, ma devono essere giustificabili unicamente secondo criteri
di neutralità e razionalità. Criteri e fini del suo agire devono essere la
responsabilizzazione dei singoli a compiere le scelte cruciali per la loro
vita in libertà e autonomia, e la garanzia della pacifica convivenza delle
diverse concezioni di bene attraverso il valore della tolleranza.
L'assunto fondamentale della teoria liberale, per cui l'uomo deve poter
decidere e compiere in piena autonomia e libertà quelle azioni che riguardano
la sfera della sua coscienza interiore, rende chiara l'opinione dei teorici
del liberalismo in materia di eutanasia: la decisione del come e del quando
morire viene, infatti, ricondotta tra quelle azioni interne qualificanti la
vita di un uomo, la cui scelta ultima spetta al singolo. Per noi liberali la
vera garanzia del rispetto della dignità del morente può avvenire solo
affidando a lui la responsabilità di scegliere il tipo di morte che vuole
affrontare: ciò che è importante è che ognuno abbia la possibilità di assumere
un proprio personale atteggiamento di fronte alla morte, in base ai valori coi
quali ha dato significato alla sua vita o in base a valori che magari scopre o
riscopre nella fase finale. In uno Stato laico, liberale e pluralista,
pertanto, se il malato terminale ritiene che la sua esistenza abbia perso
definitivamente ogni significato e importanza, è suo diritto, se lo richiede,
ottenere di poter morire in modo per lui dignitoso, con l'aiuto di chi sia
disposto a darglielo. In quanto teoria morale, l'etica della qualità della
vita non è una novità, ma costituisce l'ultima appendice di una tradizione
risalente alla filosofia greca, che riconosceva la liceità morale del suicidio
razionale e la disponibilità della vita. Il suicidio e l'eutanasia erano
piuttosto tollerati dalla società dell'antica Grecia; i veleni si trovavano
con la massima facilità, specie quelli a base di cicuta. In tutta la Grecia
era facilmente disponibile un kit eutanasico ante litteram, una speciale
pozione alla cicuta per chiunque volesse suicidarsi; chi per qualsiasi motivo
era stanco della vita poteva tranquillamente farla finita, non prima però di
aver sborsato dodici dracme per acquistare il veleno. Sia pure per molto tempo
in posizione minoritaria, questa trradizione morale della disponibilità della
vita ha attraversato la storia della cultura occidentale e, soprattutto a
partire dal secolo XVIII, è diventata sempre più condivisa venendo a
costituire la base teorica di un nuovo accostamento ai problemi etici di fine
vita. Ma è soprattutto dagli anni Settanta del XX secolo che tale etica ha
conosciuto la sua più ampia diffusione, tanto che da una parte essa ha
conquistato ampi settori del pensiero teologico, e d'altra parte - grazie
all'avvento di nuove condizioni storiche e culturali - essa sembra informare
la morale di senso comune. L'eutanasia corrisponde a una profonda e radicata
istanza umana, repressa per secoli sotto il tabù della sacralità della vita, e
ora finalmente capace di risvegliarsi a una nuova consapevolezza di sé e di
sconfiggere definitivamente l'altro innaturale dogma della dignità e della
potenzialità salvifica della sofferenza. L'abbandono della sacralità della
vita come unica etica vera, esistente e possibile, rappresenta una vera e
propria rivoluzione morale. E' giunto il momento per un'altra rivoluzione
copernicana. Sarà, ancora una volta, come ci ha trasmesso Piergiorgio Welby,
una ribellione contro un complesso di idee che abbiamo ereditato dall'età in
cui il mondo intellettuale era dominato da una prospettiva religiosa.
Eutanasia, dunque, non solo tollerata in nome della libertà di coscienza
religiosa ma rivendicata nei termini ben più pregnanti di presenza di diritto
positivo soggettivo da iscriversi nella Dichiarazione Universale dei Diritti
dell'Uomo, così come affermato da Umberto Veronesi nel suo libro Il diritto di
morire: la libertà del laico di fronte alla sofferenza.