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Articolo apparso su "L'Unità" e su "La Stampa" del 18 gennaio 2005

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La vittoria di Vendola e l'assemblea del manifesto
Achille Occhetto

(pubblicato sull'Unità e sulla Stampa del 18.01.2005)

La vittoria di Niky Vendola nelle primarie pugliesi è un evento di una certa importanza politica che richiede una attenta riflessione almeno su tre punti.
Il primo riguarda il rapporto tra il regime interno ai partiti e la più ampia opinione dell'elettorato. Se si confronta lo straordinario successo di Vendola con il quasi plebiscitario risultato della mozione di maggioranza nel congresso dei Ds, ci si accorge subito di una discrepanza stupefacente tra le decisioni che maturano all'interno della ristretta vita di partito e il comune sentire del popolo di centro sinistra. Il secondo concerne il crescente rifiuto verso pratiche politiche trasversali e modi di fare politica che stanno inquinando in modo crescente la vita pubblica del nostro paese. Il terzo punto mette in evidenza la fragilità delle geometrie interne alla coalizione ulivista e di ipotesi organizzative e federative burocratiche e prive di chiarezza programmatica. E' del tutto evidente che non bisogna drammatizzare quello che dovrebbe diventare un fisiologico metodo di scelta dei candidati attraverso le primarie, metodo che per sua stessa natura non può essere ingabbiato negli schemi di una ristretta disciplina di partito. Tuttavia le tre riflessioni che ho suggerito sono rese inevitabili non tanto dal risultato in sé quanto dal clima politico e dai veti che hanno preceduto questa significativa consultazione. Consultazione che sta a dimostrare che è proprio vero che esiste un'area, che ha già fatto importanti esperienze comuni, un'area che non è caratterizzata da un radicalismo primitivo e scomposto, e che non si vuole tuttavia lasciare trascinare lungo la china di un riformismo moderato, di una copertura da sinistra del liberismo. Ma è altrettanto vero che quest'area non è rappresentata. E non è rappresentata, si badi bene, in un contesto caratterizzato da una crisi strutturale della democrazia segnato da un regime oligarchico trasversale, fondato sempre più sul censo.
Il risultato pugliese dimostra anche un'altra cosa; che esso va molto al di là dell'effettiva forza di Rifondazione comunista e dello stesso fatidico 13 per certo dei voti dati alle liste a sinistra dei Ds. Emerge così un'area ben più ampia che non ritiene che le sue aspirazioni, le sue attese, i suoi sogni possano essere affidati esclusivamente all'esistenza di un pulviscolo di partitini.
Non poteva venire una più tempestiva conferma a quanto sabato si è discusso nell'assemblea nazionale convocata dal Manifesto.
Tutto sta a confermare che si sta formando nel paese un comune sentire.
I temi di questo comune sentire sono già emersi nel corso del dibattito di quella assemblea, e prendono tutti le mosse dalla consapevolezza che è necessario un nuovo pensiero, un salto culturale rispetto al pensiero unico liberista.
Si tratta di una sinistra radicale? No: si tratta semplicemente di ritrovare, in forme nuove, la sinistra. Infatti oggi nessuno ha il diritto di dichiararsi di sinistra senza una ridefinizione degli orizzonti e dei confini della sinistra del nuovo millennio, direi, senza fissare anche dei paletti invalicabili.
Chiediamoci, si può essere di sinistra se non si respinge la guerra sempre e ovunque?
Una vera sinistra oggi deve dire di no alle elezioni farsa in Irak, e chiedere come faranno i deputati e i senatori pacifisti che il governo si muova nella direzione di fissare una data certa per il ritiro delle truppe di occupazione, alla cui presenza è grottesco parlare di libere elezioni, e di dare l'esempio attraverso l'immediato ritiro delle nostre truppe. Così ragiona una vera sinistra!
E ancora, si può essere di sinistra se non si assume come centrale il punto di vista del lavoro, se non si privilegia l'occupazione rispetto alla flessibilità senza regole? Si può essere di sinistra se ci si limita ad una vaga richiesta di equa redistribuzione della ricchezza, senza intaccare il modello dominante, e soprattutto senza proporne un altro, al cui centro ci siano l'occupazione, una diversa qualità della vita, un nuovo modo di produrre e di consumare?
Sappiamo benissimo che per battere la destra è necessaria una coalizione ampia attorno ad un programma di governo che si fondi su un denominatore comune tra le diverse aree del riformismo italiano.
Una mediazione, dunque; non ci spaventa la parola. Ma il problema è questo: come e da chi viene definito il baricentro politico della coalizione?
Forse da chi si arroga il diritto di rappresentare le compatibilità del salotto buono, oppure dalle esigenze reali del popolo di sinistra e del paese? Non è forse anche questa la domanda che viene dalla consultazione pugliese?
Certo, Prodi ci garantisce ed è il nostro candidato premier. Ma ci garantisce a patto che riesca a fare emergere ed esprimere questo baricentro democratico. Per questo come Gruppo del Cantiere gli abbiamo proposto di aprire un secondo tavolo programmatico, da lui presieduto, e a cui partecipino movimenti e associazioni della società civile.
Questa proposta si incontra con quella avanzata da Asor Rosa. L'obiettivo dovrebbe essere quello di spostare a sinistra l'asse della coalizione, o meglio, di metterla in contatto con i problemi reali del paese e dei lavoratori; di dichiarare la fine dell'autosufficienza di una certa politica; di entrare in contatto con gli individui, di superare la contrapposizione tra individuo e collettività... e aggiungo io, tra libertà e democrazia.
Prodi aprendo una vera e propria Costituente delle idee deve porsi come leader di tutti, non di alcuni partiti, ma dell'insieme del popolo di centrosinistra.
Le piccole coalizioni dentro le grandi coalizioni non conducono da alcuna parte.
Occorre capire che i problemi non sono organizzativi, ma programmatici: bisogna chiarirsi le idee. Ma a questo punto chiediamoci: se è vero che esiste un'area non rappresentata, che dobbiamo fare? Un nuovo partito? No. Dobbiamo aprire un processo al cui centro sia collocato il Progetto in continua trasformazione. E l'assemblea di sabato, oltre al voto per Vendola, ci dicono che può maturare qualcosa di nuovo, che può prendere corpo una nuova area capace di riaprire le prospettive politiche e ideali del centrosinistra. Creare non un partito ma un'area, ecco quello che emerge dall'esperienza di questi giorni.
Penso ad un'area formata da movimenti, singole personalità, partiti, associazioni, al cui centro si collochi non il partito guida, o la forza numerica, ma il Progetto in continua elaborazione. Già questa sarebbe una bella riforma della politica!
Non si tratta di fare a sinistra l'errore compiuto dal triciclo, che ha preso le mosse dal contenitore, e poi sui contenuti si trova a fare i conti con una discussione disordinata e inconcludente come quella imposta dalle uscite di Rutelli. No, la vera sinistra dovrebbe prendere le mosse dal programma, dalle idee forza caratterizzanti una identità. Se nascerà qualcosa di nuovo ...lo vedremo dopo. La proposta di una Camera di consultazione permanente avanzata da Asor Rosa può aiutare tale processo di chiarificazione e approfondimento, partendo dall'inventaglio di alcuni nuclei programmatici qualificanti. Naturalmente come in tutte le imprese di una certa difficoltà si rende necessario un rinnovato spirito di collaborazione capace di guardare avanti, lasciando da parte inutili nostalgie e recriminazioni, mettendo in un angolo le gelosie di gruppo, l'attaccamento ostinato alle ragioni e divisioni di un tempo ormai remoto. Non si può andare avanti così.Bisogna che tutti sappiano abbandonare le proprie rendite di posizioni, sappiano far saltare vecchie ruggini e rivalità di bottega, riconoscendo con umiltà che la sinistra non è la risposta, è il problema, e che occorre ritornare a ridiscutere i fondamenti dell'idea stessa di sinistra e di democrazia.
In questo senso è necessario immaginare e progettare nuovi luoghi della politica.
E' per davvero ingeneroso affermare, come ha fatto qualche commentatore, che quella che si è espressa nell'assemblea indetta dal Manifesto sarebbe nient'altro che l'esigenza di quattro gatti che vogliono dare vita a un partitino per dividere, frammentare. No, non cambiamo le carte in tavola: la divisione a sinistra è stata portata dal riformismo moderato contro il progetto unitario dell'Ulivo. Questa divisione si squaderna ogni giorno davanti a noi. Ed è proprio in contrasto con questa Babele che molti oggi sentono l'esigenza di una ricostruzione unitaria sulla base della chiarezza. Solo la chiarezza può illuminare la strada dell'unità. Noi non proponiamo di dividerci per dividerci, ma di unirci in un grande progetto di ricerca e di iniziativa. La sinistra ha il diritto e il dovere di esistere.
Per questo non ho avuto e non ho problemi a ritrovarmi anche con chi in momenti cruciali ha avuto posizioni diverse dalle mie: perché tutti dobbiamo sentire il dovere di colmare un'assenza; un'assenza dolorosa, che fa male non solo a noi ma all'Italia, l'assenza di una sinistra degna di questo nome.