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gruppo del cantiere/rassegna stampa/Elio Veltri - Scandali e controlli, gli Usa insegnano
Scandali e controlli, gli Usa insegnano
La vicenda Jmmucor che coinvolge il ministro Sirchia è l'esempio di come i
controlli siano diventati più stringenti oltreoceano. Ma quella è un’ America
che non piace al governo...
Elio Veltri
La documentazione dei presunti finanziamenti della multinazionale americana
lmmucor al ministro Sirchia é stata consegnata dalla società stessa alla Sec
(una sorta di Consob americana il cui acronimo sta per Securitv and Exchange
Commission) che a stavolta ha trasmesso i documenti ai magistrati di Milano.
La legge Sarbanes-Oxley, infatti, obbliga le società quotate in borsa, Come
appunto la lmmucor, a dichiarare la verità sui bilanci, pena sanzioni
severissime.
Questo comportamento della Sec, previsto appunto da una legge americana,
induce a qualche riflessione su come gli Stati Uniti, a differenza
dell’Italia, abbiano affrontato la vicenda dei grandi scandali finanziari. Tra
l’altro va notato come tristi episodi delle grandi compagnie americane (Enron,
Worldcom e altre) abbiano avuto un andamento quasi parallelo, anche dal punto
di vista temporale, a quello degli scandali italiani ( Parmalat, Cirio,
Fideuram).
In America, nel 2002, sotto la pressione degli investitori, che rappresentano
oltre la metà della popolazione americana, lo stesso presidente Bush è stato
messo alle strette e in un mese il Congresso ha approvato la legge
Sarbanes-Oxlev, dai nomi di due senatori, uno repubblicano e l’altro
democratico, che ha introdotto una sorta di rivoluzione nel sistema dei
controlli delle società e dei mercati finanziari. Politici e finanzieri,
esponenti della “business cornmunitv”, all’inizio, a causa della severità
delle norme e delle sanzioni previste, l’hanno considerata una sorta di
risposta politica che si sarebbe svuotata appena le acque si fossero calmate.
In Italia, alla fine del 2003 è scoppiato lo scandalo Parmalat che ha
investito anche i risparmiatori americani acquirenti dei bond e ha richiamato
l’attenzione della Sec. La società di controllo è capeggiata da William
Donaldson, già in pensione e richiamato in servizio da Bush, per sostituire
Harvey Pitt, presidente in carica, amico del Presidente, costretto alle
dimissioni dopo soli 13 mesi di mandato. L’occasione di ritornare sulla
questione Parmalat e di tracciare una breve sintesi delle vicende americane e
del nostro paese, la offre una intervista di Massimo Gaggi al presidente della
Sec (Corriere, 29 gennaio), ma anche lo svuotamento dei Contenuti,
l’insabbiamento, di fatto, della proposta di legge del governo sul risparmio e
la notizia pubblicata da “Milano Finanza”, venerdì 28 gennaio, secondo la
quale la Banca di Roma sapeva dal 2001 che i bilanci Parmalat erano truccati.
In una precedente intervista al Corriere il presidente della Sec aveva detto:
“lo sono un americano di origini irlandesi. Per gli immigrati della mia
generazione c’erano tre professioni che consentivano di onorare la propria
famiglia e conquistare un pezzetto del sogno americano: il medico, l’avvocato
e il contabile.Forse non diventavi ricco, ma rispettabile sì”. Nell’intervista
recente il capo della Sec ribadisce che:
I) “Le norme della Sarbanes-Oxlev vanno applicate” e che i componenti della
SEC se ne fregano di tutte le pressioni che ricevono per annacquare i
contenuti della legge, dal momento che, pur essendo nota la loro appartenenza
politica, possono essere rimossi solo dalla Corte Suprema;
2) “Per i personaggi coinvolti negli scandali dell’inizio di questo decennio è
venuto il momento dei processi”;
3) Sono già state applicate le norme che hanno consentito di sistemare i
potentissimi fondi di “copertura e di protezione”, il “fondo comune di
investimenti”, le “stock option” dei manager.
Infine, il capo della Sec, ribadisce che Eliot Spitzer, procuratore generale
di New York e i suoi colleghi del Massachusses e della California, hanno fatto
un eccellente lavoro. Per chi non lo sapesse, l’eccellente lavoro di cui parla
il capo della SEC è consistito nel mettere in galera decine di potentissimi
azionisti e di manager, comminare multe salatissime, sequestrarne i patrimoni.
Il più noto di essi è stato Kenneth Lay, per quindici anni presidente della
Enron, tanto amico di Bush da potergli telefonare in tutte le ore del giorno,
portato nell’aula del processo con le manette ai polsi, al quale sono stati
contestati reati per 150 anni di carcere.
E i nostri scandali? E le nostre riforme? Beh, tutto come sempre,
all’italiana. Il capo della Sec definisce lo scandalo Parmalat “un caso molto
grosso al quale abbiamo dedicato molta attenzione”. Tutti sanno che il crac
dei Tanzi è il più grande che si sia mai verificato. Infatti, ha messo sul
lastrico circa 60 mila risparmiatori, il buco è stato di circa 17 miliardi di
Euro, la famiglia Tanzi ha distribuito ai politici 250 miliardi di vecchie
lire. Ebbene, sembra che non se ne ricordi più nessuno. L’ottimo commissario
Bondi, nominato in base alle norme della legge Prodi, lavora in solitudine, e
forse è anche un bene, le procedure di messa in mora delle banche sono
lunghissime, i processi lo saranno altrettanto. Ma il punto più importante
della vicenda riguarda la riforma della “governance” presentata dal governo
alle Camere da oltre un anno, annunciata come una legge rivoluzionaria capace
di mettere ordine nei mercati finanziari e nelle società quotate. Ebbene, la
maggior parte delle energie parlamentari sono state spese per regolare i tempi
di permanenza in carica del Governatore della Banca D’Italia, inviso al
precedente ministro dell’economia e per depenalizzare ulteriormente il reato
di falso in bilancio. Così, mentre la legge americana prevede fino a 25 anni
di carcere per la falsificazione dei bilanci delle società e dei titoli
collocati sui mercati, oltre al sequestro dei beni, quella che avrebbe dovuto
essere la nostra Sarbanes-Oxley, da approvare a tamburo battente, con
contributo bipartisan, è rimasta impantanatla e rischia, se approvata, di
essere una legge non solo inutile, ma anche dannosa. Purtroppo, anche in
questa occasione, autorevoli deputati del centro sinistra si erano illusi di
poter cambiare le regole del gioco della governance con Berlusconi e con i
suoi amici, dimenticando che regole come quelle previste dalla legge
americana, dalle società del Cavaliere sarebbero viste come il fumo negli
occhi.