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Articolo apparso su "L'iberazione" del 30 aprile 2005


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Articolo di Achille Occhetto per Liberazione.

Nella politica italiana c'è un vuoto da colmare. Il vuoto lasciato dall'assenza di una sinistra degna di questo nome, una sinistra per davvero all'altezza dei tempi, perché capace di rispondere alle contraddizioni del terzo millennio.
Tuttavia per colmare questo vuoto occorre lasciarsi alle spalle i luoghi comuni della politologia corrente, soprattutto quelli che suddividono la sinistra stessa tra riformisti moderni e comunisti arretrati.
Occorre anche lasciare tra i ferri vecchi l'idea bizzarra e stravagante secondo la quale si fuoriesce dagli errori del comunismo totalitario e stalinista solo seguendo una strada moderata e tutta interna alle compatibilità dell'attuale sistema. Non ha alcun senso pensare che la scelta che sta dinnanzi a noi sia ancora tra comunismo e socialdemocrazia. Oggi come possiamo non dirci tutti socialisti e democratici?
Ritorniamo così al vero problema che è quello programmatico, e sul quale la scelta si sposta tra socialisti democratici di sinistra e socialdemocratici di destra.
E' su questo nuovo terreno che si apre la possibilità di un incontro con Bertinotti, con le innovazioni, per davvero significative, introdotte all'ultimo congresso di Rifondazione comunista.
Il problema centrale è quello di contribuire a individuare una base comune per rifondare tutta la sinistra.
Naturalmente queste mie considerazioni prendono le mosse da una valutazione critica che riguarda il processo aperto dalla svolta della Bolognina. Quella svolta nelle mie intenzioni avrebbe dovuto muoversi lungo la linea di una fuoriuscita da sinistra dalle rovine del comunismo per rifondare le categorie di una sinistra alternativa capace di unificare in un soggetto politico nuovo le istanze più avanzate delle diverse sinistre - anche non comuniste - di cui è ricca la società italiana. Non c'è dubbio che qualcosa di importante si è mosso in questa direzione, che, anche grazie al processo apertosi nell'89, l'unità politica dei cattolici dentro uno schema moderato è saltata, e che la ricerca di una nuova identità della sinistra ha fatto passi avanti, come dimostra lo stesso congresso di Rifondazione.
Tuttavia, soprattutto negli ultimi tempi, è progressivamente prevalsa quella che io chiamo "l'uscita da destra", che ha le sue origini nell'aver considerato la svolta stressa una terribile necessità dinnanzi ad una sconfitta storica e non già un nuovo inizio. Una interpretazione minimalista che non poteva, anche al di là delle singole volontà, che portare verso una subalternità culturale e un moderatismo di maniera funzionale alla mera partecipazione al governo del paese.
Per questo dico a Bertinotti, che me lo ha chiesto, che non ho nessuna difficoltà a riconoscere che è prevalso l'esito moderato.
Ma in questo esito, voglio aggiungere, per essere fino in fondo sincero, che c'è anche una responsabilità di chi, di fronte alla sollecitazione della svolta, si chiuse in una posizione prevalentemente "identitaria" che si riassumeva nella difesa del nome.
Oggi non si tratta di aprire una discussione per decidere chi avesse avuto, allora, più ragione. Tuttavia mi sembra inoppugnabile il fatto che mentre nell'89 la contrapposizione era prevalentemente tra innovazione e difesa della vecchia identità - il che non poteva non determinare il formarsi di un fronte dell'innovazione articolato e contraddittorio - oggi possiamo andare molto più avanti. Oggi possiamo tutti nutrire l'ambizione di portare l'insieme della sinistra su un terreno diverso da quello del collettivismo autoritario, senza dovere passare sotto le forche caudine dell'apologia neoliberista. E credo che sia interesse di tutti, anche delle componenti moderate del centrosinistra, togliere definitivamente alla destra la lancia, per la verità già molto spuntata, della permanenza nella sinistra di posizioni antidemocratiche e illiberali.
Ma se il problema centrale non è più, al di là delle diverse valutazioni storiche, quello dell'identità comunista, occorre con decisione mettere i piedi nel piatto, e investire direttamente le differenze che riguardano i fondamenti stessi di una sinistra del terzo millennio, e che chiamano in causa le grandi discriminanti della centralità del lavoro, del tipo di sviluppo, della nonviolenza, del pacifismo senza se e senza ma, di un modo di produrre che salvi il pianeta dalla catastrofe ecologica.
In questo senso ritengo, con buona pace del mio amico Biagio de Giovanni, che il tema centrale oggi non sia quello di rifondare il comunismo - se avessi detto questo gli stessi compagni di Rifondazione avrebbero avuto ragione a guardarmi con sospetto- , no, il problema è quello di rifondare la sinistra.
Questo è l'unico tema che anche le nuove generazioni che non conoscono le nostre storie e passate divisioni, capiscono chiaramente. Rifondare la sinistra lungo una linea di ricerca che, certamente, non può non recuperare le ragioni, le verità interne, e i problemi sollevati dallo stesso comunismo ideale. E' stato nefasto idolatrare Marx, ma è da criminali non studiarlo più.
Tuttavia, e qui è la novità di questa nostra discussione che altrimenti sarebbe solo accademica, sta di fatto che il congresso di Rifondazione è andato ben oltre la tradizione del socialismo reale, la concezione leninista della presa del potere, una visione chiusa e organicista del socialismo come sistema per sostituirla, come mi è capitato di dire ai tempi della svolta, dal movimento permanente di crescita della democrazia come partecipazione.
Detto questo, a me pare del tutto evidente che da queste stesse innovazioni ideali e politiche dovrebbe discendere l'esigenza di un superamento delle vecchie strutture organizzative da parte di tutti, compresa Rifondazione, per metterle al servizio di un complessivo progetto di rinascita della sinistra. Di qui la centralità di una convenzione delle idee attorno al Progetto.
Ma non solo di questo si tratta. Credo che lo stesso Bertinotti non possa non accorgersi che si potrebbe manifestare una contraddizione tra le novità di cui abbiamo parlato e i vecchi schemi organizzativi, le stesse premesse originarie da cui è nata Rifondazione.
Le nuove idee possono fruttificare - come ho potuto sperimentare sulla mia stessa pelle - solo se vengono messe al servizio di una più complessiva riorganizzazione della sinistra.
Per questo dovremmo, al più presto, uscire dalla sterile contrapposizione tra istanze di rinnovamento culturale, viste come una palingenesi che dovrebbe in toto precedere il processo politico concreto, ed immediate esigenze elettoralistiche.
Occorrerebbe, a mio avviso collegare in una visione coerente i due piani.
Il punto di partenza, l'obiettivo, non c'è dubbio, deve essere il Progetto; ma alla luce del Progetto si possono e si devono individuare le tappe intermedie.
Il progetto deve essere molto più ambizioso di quello di una adesione soft a Rifondazione, di un semplice patto federativo, o uno scimmiottaggio, da sinistra, della Fed.
La stessa Fed è sorta su basi programmatiche fragili, assomiglia ancora troppo ad un cartello elettorale, e lascia insoluti fondamentali nodi programmatici.
In generale ritengo che ogni forma di riorganizzazione della sinistra non si debba ridurre ad un incontro tra stati maggiori ma debba coinvolgere, sui programmi, diversi soggetti della cultura e della società civile.
Il nostro obbiettivo deve andare molto al di là della scadenza elettorale. Tuttavia non possiamo nasconderci che il problema delle elezioni esiste e che si configura come il tema di alcuni milioni di elettori che non si sentono pienamente rappresentati.
Come risolvere questo problema al meglio, o, se non altro, al meno peggio?
Una cosa è certa: non servono contrapposizioni sterili tra esponenti della sinistra cosiddetta radicale.
La cosa migliore sarebbe quella di cercare soluzioni intermedie e concordate tra tutti coloro che sono d'accordo sul progetto di rinascita della sinistra, per trovare il modo di evitare, senza contraddire quel progetto, di disperdere alcuni milioni di voti.

Achille Occhetto