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Il Cantiere - Carta di intenti

 

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Il Cantiere per la ricostruzione della politica e della democrazia.
Carta di intenti

Con questa carta di intenti i sottoscritti intendono dar vita ad una associazione di ricerca e di iniziativa politica per la ricostruzione della politica e della democrazia. L'esigenza di una iniziativa che si proponga di ripensare le categorie di fondo dell'interpretazione della realtà e dell'agire politico nasce dalla constatazione della grave crisi in cui versa ogni visione che voglia essere autonoma rispetto al dominante pensiero unico monetarista. L'esigenza di ricerca non può tuttavia essere disgiunta dall'immediato impegno politico, reso impellente dalle gravi minacce di catastrofi umanitarie, ambientali e di guerra che incombono sul nostro pianeta.
Siamo entrati nell'era del terrorismo planetario.
Si è aperta dinnanzi a noi una nuova guerra mondiale strisciante.
L'insicurezza domina la nostra vita e quella delle generazioni a venire.
Di fronte a tutto ciò siamo privi di risposte convincenti.
Ciò è dovuto, in gran parte, alla mancata consapevolezza che siamo di fronte al fallimento delle due fondamentali visioni del mondo che si sono fronteggiate nel corso del Novecento, il liberismo e il collettivismo. Un fallimento che minaccia catastrofi, perché avviene nel tumultuoso procedere di una globalizzazione violenta, incontrollata, che non solo distrugge rapporti sociali preesistenti, culture, nazioni, lingue, non solo produce disparità così gigantesche da divenire insopportabili, ma minaccia in termini ravvicinati il rapporto tra uomo e natura, cioè mette in forse la sopravvivenza del genere umano.
Il capitalismo - sebbene ora lo si chiami "economia di mercato" - è entrato in una fase qualitativamente nuova, in cui la proprietà sta sparendo e i grandi centri del dominio economico-finanziario sono nelle mani di un management potente, dotato di poteri sterminati, superiori a quelli di nazioni di grande e media dimensione.
Mai alcun sistema economico e sociale, tra quelli che hanno preceduto l'attuale, ha avuto una tale e concentrata potenza. Mai ha potuto fruire di sistemi di manipolazione e controllo così vasti, planetari.

Il concetto stesso di democrazia richiede di essere ridefinito alla luce delle distorsioni in atto, che snaturano tutti i meccanismi democratici del passato.
Occorre ripensare in modo strutturale la relazione tra consenso, partecipazione e decisione, e riproporre in termini del tutto nuovi la questione del rapporto tra governati e governanti e della formazione delle classi dirigenti.
La democrazia intesa come controllo, partecipazione e ingresso di tutti a pari titolo e con pari diritto di far valere le proprie istanze nella vita della società e dello Stato, è entrata in crisi.
Un "Walfare state" destinato ai poveri piuttosto che garantire diritti universali, la marginalizzazione del ruolo del sindacato, il divario tra ricchi e poveri, l'attacco al carattere progressivo della tassazione, la precarizzazione sempre più diffusa del lavoro, la subordinazione della scuola e della ricerca alle esigenze delle imprese globali, costituiscono i segni evidenti di tale crisi.
Diminuiscono l'importanza e il peso dei lavoratori comuni nella vita e negli affari dello Stato, mentre cresce la capacità dell'impresa globale di far valere i propri interessi.
Le attuali inaccettabili proposte di revisione della Costituzione altro non sono che un tentativo di sancire lo svuotamento in corso dei diritti di cittadinanza.
Le vecchie forme della politica, apparentemente inalterate, sono in realtà un guscio vuoto, le decisioni, a tutti i livelli subiscono sempre più l'influenza di élites privilegiate che dispongono di imponenti mezzi di comunicazione, capaci di formare e orientare l'opinione pubblica. Il crescente assenteismo dal voto accentua il carattere oligarchico ed elitario della democrazia
Si è così rotto l'equilibrio tra libertà e democrazia: mentre la democrazia arretra, la libertà garantisce solo chi è più forte.

Non esiste più il sistema delle classi sociali, così com'era stato descritto dall'economia classica. La comprensione di ciò che si presenta ai nostri occhi richiede una nuova interpretazione, capace di seguire la rapida evoluzione in corso.
Per tutti questi motivi occorre fondare un nuovo sapere, capace di fronteggiare e comprendere una "complessità inedita".
Infatti, per ricostruire la politica e la democrazia si rende indispensabile una nuova comprensione organica di tutte le trasformazioni in atto.
Tutto ciò richiede uno sforzo collettivo eccezionale. Senza questo la sinistra tradizionale, ormai priva di un metodo e di strumenti originali di conoscenza del mondo contemporaneo ha finito per adeguarsi agli schemi del pensiero unico. E ne è rimasta prigioniera. Per questo è dispersa e incapace di costruire una risposta.

Il "Cantiere" nasce per raccogliere tutte le forze interessate a costruire una nuova prospettiva per la comprensione del mondo contemporaneo e dei suoi destini. E per contribuire - con le forze che riuscirà a organizzare - alla crescita di una visione alternativa della lotta democratica, dell'organizzazione dei cittadini, di un nuovo modo di vivere, di produrre e di consumare.

Viviamo ormai nell'era del terrorismo e della guerra: una notte buia in cui tutto si confonde. La capitale dell'Impero, trasformatasi in una fortezza militare, è riuscita a imporre tra le classi dirigenti dell'Occidente, la propria interpretazione della crisi politica mondiale in termini di scontro tra civiltà. E' un falso, mediante il quale si sta trascinando il mondo in una guerra senza limiti, infinita, dove tutte le libertà e i diritti, inclusi quelli umani, rischiano ormai di essere travolti dalla militarizzazione della politica. La globalizzazione stessa si militarizza.
Tutto ciò impedisce di vedere che il terrorismo è anche figlio delle gravi responsabilità dell'Occidente. Lo spartiacque dell'11 settembre è stato usato non per sanare le contraddizioni del mondo contemporaneo, che nascono anche dalle mostruose diseguaglianze e da insensati egoismi, ma per aprire nuove e insanabili ferite nel corpo della comunità mondiale.
Nel medio e nell'estremo oriente, l'instabilità si è accresciuta dovunque. La catastrofe umanitaria che assedia il mondo arabo e musulmano è il preannuncio di una possibile destabilizzazione di gran parte dei governi arabi moderati. Washington vuole ridisegnare l'intera mappa delle aree energetiche del pianeta in funzione dei suoi interessi nazionali.

Negli stessi Stati Uniti la ripresa economica appare drogata, instabile, foriera di altre crisi. Da tempo la globalizzazione finanziaria americana non sta producendo crescita globale. Anzi, alla crescita americana si accompagna una contrazione della crescita mondiale, sebbene giganti come la Cina e l'India stiano dettando le loro nuove condizioni assai più di quanto possano fare oggi gli Stati Uniti.
In questo contesto, quando la crisi, oggi latente, si manifesterà minacciosa, non sarà più possibile mantenere la pace e evitare altre guerre, per la semplice ragione che la distribuzione ineguale della ricchezza mondiale - divenuta intollerabile - produrrà nuove rivolte, disordine e terrorismo.
La risposta attuale dei potenti del pianeta, che consiste nella militarizzazione dei problemi politici, appare una via senza uscita, il prologo per un disastro. Quella che un tempo era indicata, dalle stesse classi dominanti, come l'egemonia del mercato, viene ora sostituita, dai nuovi potentati mondiali, dalla forza delle armi.
Bisogna dunque respingere con fermezza ogni forma di guerra di religione e di civiltà.
Il panorama mondiale attuale è dominato da tre colossi: due dei quali armati e il terzo disarmato. Stati Uniti e Cina sono già in gara per il dominio. E non è dato prevedere quando e come essa diverrà pericolosa per la sorte comune dell'umanità. L'Europa è un gigante disarmato, ma le cui dimensioni e influenza sono ormai evidenti e in crescita. Essa ha dunque molte possibilità d'influire sul corso degli eventi mondiali, purchè sappia giocare questa partita decisiva per il futuro comune. Le chances per uno sviluppo di pace non stanno nel rafforzamento dell'arsenale militare europeo, ma sono in gran parte nelle mani della saggezza, della cultura, della tecnologia, dei commerci della solidarietà europee. Da sole esse non basteranno comunque, ma esse debbono diventare gli ingredienti di una nuova politica, basata sulle idee dell'interdipendenza, della cooperazione, del dialogo con le altre civiltà e culture. Occorre un ritorno alla legalità internazionale e la fine dell'unilateralismo americano. Non ci sono popoli e paesi con missioni speciali. Solo il bene comune può essere un criterio comune. E il bene comune non può essere deciso che dalla comunità mondiale, in cui tutti i paesi e popoli valgono per un voto.

Occorre respingere con tutta chiarezza ogni tentativo di assimilare queste analisi all'antiamericanismo culturale e politico. Le forze più ottuse al servizio del privilegio e della rapina del bene comune vi fanno ricorso per impedire ogni riflessione costruttiva. Anche a sinistra, spesso, si cede a questo ricatto. E' un grave errore. Anche negli Stati Uniti è in atto un ripensamento: una parte dell'intellighenzia americana e delle elite politiche cominciano a rendersi conto della difficoltà di gestire il mondo con i vecchi criteri. Gli sviluppi della crisi attuale, molto accelerati, possono aprire ampi varchi per un movimento mondiale di contestazione alla guerra e a questo tipo di militarizzazione.
Bisogna ora impedire che questa guerra si dilati nel mondo.

Bisogna dire la verità ai cittadini sull'esigenza di dar vita ad nuovo modello di sviluppo che si fondi su un nuovo modo di produrre e di consumare.
Noi non sottovalutiamo il grande valore che l'uso delle più moderne tecnologie ha avuto per lo sviluppo complessivo delle nostre società e nella lotta per la liberazione dalla fame e dalla indigenza di una parte della umanità.
L'ispirazione culturale che ci guida non è quella dell'avversione acritica nei confronti dei risultati della modernità e la nostra prospettiva non si riduce ad un ritorno indietro rispetto alle immense acquisizioni della scienza e della tecnica.
Quello che auspichiamo è il passaggio ad una nuova e più matura fase della modernizzazione contrassegnata dalla transizione dalla produzione di rischi alla produzione di sicurezza.
La stessa liberazione della parte più povera del mondo dalla fame può accompagnarsi alla liberazione dalla paura.
Il contrasto fondamentale si sposta a livello della scienza e delle competenze e chiama in causa l'informazione. L'idea è quella di fare un inventario dei rischi prodotti dall'attuale fase della modernizzazione; di monitorare le conseguenze dell'applicazione delle scoperte scientifiche al mondo della produzione o sulla stessa persona umana, ma soprattutto di implementare la ricerca nella direzione delle tecnologie della salvezza e della sicurezza.
I governi hanno parlato finora molto ipocritamente di uno sviluppo sostenibile. E' questo il motivo per cui non vi sono progressi in questa direzione. I grandi centri del potere finanziario globale non intendono muoversi in quella direzione. Accecati da una corsa senza fine all'arricchimento individuale di pochi, esprimono visioni di sviluppo indefinito che contrastano ormai evidentemente con la situazione di fatto: le risorse non sono infinite. Ed esiste una contraddizione insanabile tra la finitezza delle risorse e un sistema economico e sociale che fonda il suo sviluppo sulla stimolazione di desideri infiniti.
La vera lezione dell'11 settembre dovrebbe essere quella della fine dell'ideologia del mondo unipolare, il punto di svolta oltre il quale la globalizzazione unilaterale non potrà più procedere.
E' giunta l'ora dunque di passare dalle celebrazioni della fine della guerra fredda alla realizzazione di una nuova governabilità del pianeta attraverso la creazione di adeguate istituzioni sovranazionali e la riforma della stessa organizzazione delle Nazioni Unite.

Lo stesso processo di democratizzazione deve coinvolgere il mondo della comunicazione. Poche decine di uomini decidono delle opinioni e dei sentimenti di miliardi di cittadini. Lo scontro sul campo di battaglia della realtà virtuale diventa pertanto decisivo. Nemmeno a sinistra si è finora compresa la potenza dei sistemi di manipolazione globale delle coscienze. Cioè il suo carattere strutturale. Non esisterebbe questa globalizzazione distorta se il sistema mediatico non fosse stato saldamente nelle mani dei globalizzatori. L'immensa fabbrica dei sogni in cui è stato trasformato il sistema della comunicazione, dell'informazione, dell'intrattenimento, è il pilastro su cui si regge lo sviluppo distruttivo e suicida attuale. Occorre invertire il funzionamento dei macchinari della fabbrica dei sogni. Il che significa che essa deve diventare il terreno di una cruciale battaglia per la conquista dei cuori e delle menti. Non si può lasciarla nelle mani degli organizzatori del nostro suicidio collettivo. Finchè non si capirà questo aspetto della lotta democratica e trasformatrice, tutte le altre lotte perderanno gran parte della loro forza e delle possibilità di vittoria.
Ci dobbiamo proporre l'obbiettivo di costruire la rete di una coscienza critica alternativa rispetto al messaggio mediatico della cultura monetarista mondiale.

La bancarotta morale e la minaccia alla sopravvivenza della nostra specie caratterizzano ormai il vecchio modello di sviluppo dell'Occidente.

In Italia la politica si è rotta, è profondamente malata. La gran parte della gente, una parte vasta del popolo della sinistra ha compreso che essa è ormai ferma in un pantano. La cosa più preoccupante è che il pantano sembra estendersi a tutti e due i poli contrapposti. Si insinua, con le sue acque stagnanti, negli anfratti di tutta la nostra vita politica.
Occorre uscire al più presto da questo pantano, evitando di rimanervi inghiottiti. Questo è l'imperativo del momento. Si rende necessaria una specie di "primum vivere" della politica, di quella vera, di quella alta, che inizia e finisce con l'idea centrale del Progetto, e che pone al suo centro i cittadini.

Dalla sciagurata bicamerale alle odierne proposte di assemblea costituente è tutta una rottura della legalità costituzionale prescritta per la revisione dall'art. 138. Si viaggia senza grandi ostacoli verso un premierato assoluto, in cui il primo ministro sarebbe padrone della sua stessa maggioranza oltre che del Parlamento.
La Costituzione, insomma, è stata risucchiata nel pantano delle cose qualunque sempre negoziabili in base ai rapporti di forza. E' in gioco la sua funzione di legge superiore, messa in crisi dalla sua riduzione a ordinamento parziale, riguardante solo l'ingegneria istituzionale: una riduzione della democrazia.

E' necessario dar vita ad un vero e proprio movimento di cantieri aperti all'innovazione che si impegnino per la ricostruzione della politica e della democrazia.
Il nostro "Cantiere" non intende avere alcuna centralità gerarchica e ordinatrice. Non si propone di "dare la linea". Deve e vuole raccogliere un immenso patrimonio già esistente ma disperso (perché i partiti della sinistra non sono in grado oggi di rappresentarlo e organizzarlo). E si propone di stimolarne la crescita e la moltiplicazione. Si propone in primo luogo di mettere in azione, in forma coordinata, le forze intellettuali democratiche e di sinistra, laiche e cattoliche, che non hanno posto (né vogliono averlo) nella politica malata del pantano.

Perché parliamo di ricostruzione della democrazia?
La democrazia e lo Stato di diritto sono due facce della stessa medaglia. Se i cittadini non possono esercitare nemmeno i diritti costituzionali, la democrazia diventa un guscio vuoto. L'illegalità diffusa e strutturale impedisce l'esercizio della democrazia e lo sviluppo dell'economia.
Una massa enorme di denaro "senza patria" è diventata una delle grandi forze del pianeta. E' una massa di denaro che supera tutte le frontiere e i controlli dei governi, condiziona tutte le attività del pianeta, produce criminalità di ogni tipo che a sua volta moltiplica la massa di denaro transnazionale. Sede elettiva sono i cosiddetti paradisi fiscali, collocati anche all'angolo di casa nostra, che i governi non vogliono né controllare né bonificare.
In Italia l'illegalità sottrae alla ricchezza nazionale oltre il 40% della ricchezza prodotta: lavoro sommerso; evasione fiscale; esportazione di capitali; patrimoni e capitali mafiosi.
Lo Stato, chiunque governi, avrà sempre maggiori difficoltà a reperire i soldi per garantire servizi come ricerca, scuola, sanità, pensioni, ecc..
In queste condizioni Legalità e Trasparenza diventano una missione prioritaria, obiettivi primari dell'azione di governo e cardini di un vero Progetto Civile per l'intera società.

La destra può convivere con la crisi della democrazia, la sinistra no. Non solo, siamo arrivati ad un punto in cui con la stessa parola si intendono cose profondamente diverse. Assistiamo ad una nuova confusione dei linguaggi, ad una terrificante Babele moderna. Libertà, pace e democrazia suonano mostruosamente diverse. Per non parlare di parole come riforme e riformismo.
In questa situazione non ha alcun senso pestare l'acqua nello stesso mortaio.
Non se ne esce moltiplicando, declinando, intrecciando in vario modo tra di loro sempre gli stessi partiti. Serve una riforma della politica e una trasformazione profonda degli stessi partiti, dell'idea stessa di partito.
Si impone una rinnovata concezione della vita politica organizzata, una visione per grandi aree formate da movimenti, singole personalità, partiti riformati, associazioni, al cui centro si collochi, non il partito guida della coalizione, ma il Progetto in continua trasformazione ed elaborazione.

C'è una evidente diversità tra profonda contaminazione tra diversi che nel processo unitario si trasformano vicendevolmente e la sovrapposizione tattica propria dei cartelli politico-elettorali.
In questa diversità si racchiudono due politiche, due differenti visioni strategiche.

Oggi, quello stesso tema richiede nuovi interlocutori, anche e soprattutto al di fuori dei partiti, riformisti o radicali, laici e cattolici, richiede una contaminazione con soggetti inediti della politica, che non sono immediatamente di sinistra nel senso classico del termine, ma che possono camminare al fianco della sinistra e anzi già vi camminano nel grande movimento contro le guerre. Si tratta di fornire un tetto ideale a milioni di "senza casa" politici, delusi dalla politica, ma pieni di una volontà di riscatto, di lotta, di rinnovamento, di tensione ideale, di pulizia morale.

Per avviare questo processo con un certo successo occorre fare scoccare una scintilla, aprire delle linee di comunicazione tra società civile e rappresentanza politica.

Al centro della riflessione intendiamo collocare una diversa e originale visione di quali sono oggi i soggetti politici (guardando oltre i partiti politici); una attenta visione dei rapporti tra società civile e società politica, e della formazione stessa della classe dirigente, e una ipotesi di coalizione estremamente ampia, che sia preparata da una vasta "Costituente delle idee per il Progetto".

A tal fine intendiamo, con questa carta di intenti, dar vita ad un Cantiere della ricostruzione della politica e della democrazia.
Questo "Cantiere", assieme ad altri cantieri dell'innovazione, dovrebbe proporsi di superare, con un lavoro paziente e di lunga lena, la dicotomia tra la politica con la P maiuscola, altezzosamente autoreferenziale, e la visione, altrettanto errata, di una società civile incontaminata che non si pone, se non come peccato (o come rischio), il problema della rappresentanza e del suo ricambio, problema questo che è strettamente connesso a quello del dovere di partecipare alla formazione del governo del paese.
Ma per portare nel circuito di un rapporto politico fecondo le parti più vive dei movimenti, e soprattutto dei giovani, occorre che le forme e i contenuti della politica non rimangano separati. Devono fare corpo, esprimersi nella testimonianza di un'azione coerente, non rinchiudersi nella mera ingegneria istituzionale e non relegarsi nel contenutismo senz'anima, privo di un progetto, di un quadro ideale di riferimento.
Il Progetto è la sintesi alta della politica come forma (gli strumenti della democrazia) e come contenuto (i nodi programmatici che vengono emergendo dalle esperienze e dalle ricerche della contestazione dell'attuale globalizzazione). L' idea stessa di nuovo ulivo che cosa era se non quella di dar vita all'embrione di una originale organizzazione della partecipazione politica, della formazione delle classi dirigenti all'interno di una democrazia dei cittadini di cui le primarie sarebbero state uno degli strumenti fondamentali? Purtroppo quell'idea è stata svilita, combattuta e contraddetta dalla pratica dei "comitati elettorali" e dall'egemonia partitocratrica.

Siamo così ripiombati nel pantano che ci circonda e che, tra l'altro, consiste in questo: che da almeno sette, otto anni, di fronte all'emergere di diverse ipotesi strategiche di organizzazione del centro-sinistra, non si sceglie con chiarezza una linea scartando l'altra, ma si opera una continua, meccanica sovrapposizione di posizioni contrastanti che portano progressivamente allo sfaldamento dell'idea stessa di sinistra, di Ulivo e di coalizione.
Bisogna decidersi, dire chiaramente che cosa si vuole, quale strada si intende percorrere, senza ingannare i cittadini e gli elettori.
Nostro compito sarà quello di dare visibilità politica a programmatica ad una sinistra capace di parlare ad una più ampia area democratica che non è riducibile alla sinistra tradizionale, e che opera e cresca all'interno della società civile, dei movimenti e dell'associazionismo.
La sinistra non è la risposta, è il problema: occorre ritornare ai fondamenti dell'idea stessa di sinistra e di democrazia.
La sinistra è diventata sterile, non fa più figli politici.
Per questo la stessa federazione dei partiti non è più sufficiente in quanto taglierebbe fuori ingenti forze giovanili che devono essere fatte emergere, e che comunque fanno politica in altro modo.
Accanto ai partiti e per la loro riforma devono vivere luoghi che si pongono come un servizio democratico che fornisce i terreni di confronto, apre tavoli programmatici, suscita e coordina iniziative.
Noi ci proponiamo di essere uno di questi servizi democratici.
Questi luoghi, non strettamente legati all'immediatezza del potere e della reciproca concorrenza, potrebbero fare saltare vecchie ruggini, rivalità di bottega.
La stessa coalizione di centro sinistra - che dovrebbe prendere le mosse da una costituente programmatica - potrebbe in tal modo avvalersi di nuove energie che si formano nel contatto vivificatore tra diverse generazioni e differenti esperienze.
Ci rivolgiamo pertanto agli scienziati alternativi, ai sociologi della modernizzazione, agli istituzionalisti della global governance, ai potenziali produttori delle tecnologie della salvezza, ai letterati e agli artisti che con la loro arte difendono le ragioni della vita, al mondo della informazione libero da condizionamenti, alle Ong e ai movimenti new-global, ai pacifisti e ai nonviolenti, a tutti gli uomini di cultura che intendono attraverso i media aiutare questo nostro impegno volto a mettere in campo un vero e proprio Cantiere per la ricostruzione della politica e della democrazia.