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Articolo di Daniela Gaudenzi tratta da "Il Ponte" maggio 2005


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Di Daniela Gaudenzi tratta da "Il Ponte" maggio 2005

E’ semplice, quasi banale la sintesi del “caso italiano” o del regime mediatico berlusconiano nelle parole di un signore molto poco di sinistra che si chiama David Line e fa il giornalista per un giornale inglese The Economist che è un tempio dell’ortodossia liberale e liberista. La situazione risulta chiarissima se comparata con quella inglese o con quella di qualsiasi altro paese europeo: “Blair non ha televisioni e subisce abitualmente, come qualsiasi politico, domande insidiose”.
In Italia chi ha provato a porle e a dare qualche risposta ampiamente documentata sul presidente del Consiglio è stato bandito con ignominia come un criminale dalla televisione italiana e citato in giudizio con richieste di risarcimenti miliardari. I movimenti, le associazioni, i singoli cittadini che si sono impegnati per anni in battaglie per la libertà di espressione e per il pluralismo vengono tacciati da autorevoli esponenti della sinistra cosiddetta riformista, D’Alema in testa, di “antiberlusconismo, un radicalismo piccolo borghese estraneo alla sinistra”.
Nel mondo che viene additato come esempio da sedicenti liberali e riformisti moderati nostrani, la vedono un po’ diversamente. Ultimo, in ordine di tempo, un centro di studi americano di orientamento conservatore che per singolare coincidenza si chiama Freedom House, ha ulteriormente retrocesso l’Italia dal 74° al 78° posto nella graduatoria dei paesi che riconoscono e tutelano la libertà di espressione ex aequo con Mongolia e Bulgaria e l’ ha definita “un paese parzialmente libero”.
Al convegno Regime o non Regime? organizzato il 16 aprile a Roma dal Cantiere su quella che Giulietto Chiesa non si stanca di definire una “emergenza” ed una priorità assoluta, e cioè l’informazione, David Line autore di Berlusconi’s shadow ha esemplificato l’approccio della stampa britannica, anche quella popolare, nei confronti dei politici riportando la dichiarazione di un giornalista del Sunday time: “Quando ci si trova davanti ad un uomo di potere ci si domanda ‘perché questo mascalzone mi racconta tante bugie?’”. Sembra esattamente l’atteggiamento psicologico di Bruno Vespa, Anna La Rosa, Giovanni Masotti e dei direttori silenti e compiacenti che fanno da fondale ai comizi di Berlusconi nel salotto-istituzionale di Porta a porta.
Il controllo dei mezzi di informazione consente di falsificare i fatti di oggi (con qualche risvolto anche comico, se molti italiani credono a seguito delle campagne mediatiche contro l’Economist che sia un organo di propaganda comunista “The Comunist”, convinzione avvalorata dalla scritta su fondo rosso) e di riscrivere i fatti di ieri. Gli esempi di Line includono il Craxi “statista” che ha cancellato il Craxi corrotto e l’ Andreotti “assolto”, verdetto chiaramente escluso dalla sentenza ma impugnato fraudolentemente dalla politica. “Anche in Gran Bretagna c’è preoccupazione per un disegno di legge che va di fatto a limitare la libertà di espressione in quanto consente di estendere la concentrazione di un personaggio come Rupert Murdoch che possiede già un rotocalco di grande diffusione come il Sun e una testata storica come il Times: a maggior ragione dovrebbero preoccuparsi gli italiani, per le mire espansionistiche di questo signore verso la tv commerciale in Italia”, avverte Line.
Nicola Tranfaglia si è concentrato da storico sulla parola regime e ha osservato che solo in questo paese si usa il termine “regime” riferendolo ad un regime passato, il fascismo, per negare sdegnosamente qualsiasi elemento di continuità tra questo e quello.
Ma se per regime intendiamo “modalità istituzionali autoritarie all’interno di strutture democratiche allora si può dire che Berlusconi ha portato avanti il lavoro approfittando di vari elementi tra cui spiccano il controllo unilaterale dei mezzi di comunicazione e la raccolta pubblicitaria che per il 91% è controllata da Mediaset e Rai”.
Gli antecedenti, già ampiamente e puntualmente ripercorsi da Elio Veltri, risalgono al “patto della crostata”, alla rivendicazione orgogliosa di Violante di non essere stati illiberali per non aver toccato le televisioni di Berlusconi, come gli era stato promesso. Ma in cambio di cosa si domanda Tranfaglia: sulla base di quali scambi di interessi?
Anche la marcia forzata della riforma costituzionale, esigenza ribadita nell’insediamento del Berlusconi-bis, viene letta dallo storico sulla base dell’esigenza fortissima di “cancellare la struttura democratica di questo paese: l’ultima difesa”. Tentativi in tal senso vanno individuati già in era craxiana quando “la storia viene usata come un’arma contundente”: nell’87 uno storico vicino a Craxi fa un’ intervista a Giuliano Ferrara in cui si sostiene l’esigenza di abolire la disposizione transitoria che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista.
Ma per disegnare più compiutamente un regime bisogna, secondo Tranfaglia tener conto di altri due elementi tutt’altro che secondari. “Perché la struttura autoritaria funzioni bene occorre scegliersi gli avversari” e Berlusconi come Mussolini si è attivato con copiosi mezzi in tal senso.
Inoltre in Italia non va sottovalutato inoltre “il peso della chiesa ed il silenzio della sinistra nella difesa dello stato laico”. Anche a questo proposito Nicola Tranfaglia ha auspicato “un ritorno ai principi della Costituzione”, non a caso sotto assedio.
Tocca a Sabina Guzzanti denunciare che “la censura in Italia è sicuramente una componente del potere da sempre e ricordare gli ammonimenti dei funzionari rai durante i governi di centrosinistra quando sbeffeggiava D’Alema ‘ma non ti rendi conto che è l’uomo più importante del paese?’”.
“Raiot è un caso di censura scoperta, sfacciata, brutale che ha consentito una reazione, un’occasione (mancata) per la sinistra di difendere la libertà di espressione”.
Sì perché anche da sinistra, ha ricordato, “si sono riversati su Raiot una valanga di attacchi: ‘non è satira, è un comizio, è propaganda’…e Berlusconi non ha trovato troppi ostacoli”. Non manca un apprezzamento per l’assente (ingiustificato) Antonio Polito, il più accreditato rappresentante degli “allergici” alla parola regime, “un mio idolo, uno che sostiene che la libertà di espressione alla gente non interessa”.
In qualche modo “Berlusconi ha messo in evidenza la mancanza di libertà e di indipendenza della nostra informazione: usiamo questa lezione per diventare davvero un paese libero”.
Quanto poco siamo liberi e quanti echi mussoliniani aleggino nei comportamenti e nelle dichiarazioni leit motiv di Berlusconi lo ha ricordato, citazioni alla mano, Cludio Fracassi ex direttore di Avvenimenti partendo da una data drammatica, il 24 giugno 1924. “Mussolini rimprovera l’opposizione di non riconoscere la sua vittoria elettorale; si mimetizza continuamente: operaio con gli operai, industriale con gli industriali, sa adeguarsi alle aspettative dei suoi ospiti. E’ sempre pronto a tutti i trasformismi, si propone come rappresentante del bene contro il male”.
Ma forse il parallelo più inquietante sta nel fatto che, al di là delle caratteristiche specifiche non comparabili, “tutti i regimi vengono subiti” e vengono sottovalutati.
Fracassi ricorda come molti “oppositori morbidi” se la prendessero con Giovanni Amendola “che esagerava ed esasperava i fascisti”. Giacomo Matteotti viene assassinato perché non si adegua al “manuale del perfetto oppositore” perché non fa “un’opposizione educata” ed è isolato all’interno delle stesse forze antigovernative. Non corrisponde al modello di opposizione impotente e consenziente tratteggiato dal duce “Non è l’opposizione che ci irrita è il modo…sempre in attesa dello sfascio…”.
Non sembrano affermazioni datate al 1924.
“Berlusconi non è un politico, non è lì per fare politica ed è strabiliante che non se ne siano ancora accorti. Siamo in presenza di un paese per 11 anni in ostaggio di un nano politico, un paese che è vissuto in un Truman show senza fine; del peggiore governo della repubblica ma anche del più lungo. Sarebbe potuto avvenire senza le tv?” E’ l’analisi e la domanda di Marco Travaglio, che tutte le riassume, la risposta più semplice e più inconfutabile ai fini commentatori ed analisti che ancora si baloccano con l’irrilevanza delle televisioni. Anche limitandosi all’economia dove “il governo non ha tutte le responsabilità” l’opinione pubblica è stata abbindolata prima “con il buco ereditato dall’Ulivo”, poi con la barzelletta della “povertà percepita”. Sarebbe possibile qualcosa di analogo in un paese normale?
Marco Travaglio osserva che “se è finita non è finita bene” perché non si è ancora in grado di quantificare l’enormità dei danni; ma soprattutto mette in guardia a proposito del “dopo” e del rischio del berlusconismo senza Berlusconi già drammaticamente anticipato dal problema delle “scorie” e cioè della valanga di riciclati e di transfughi che preme per essere imbarcata gioiosamente dal centro sinistra. “Intanto Berlusconi ha una liquidità, di cui non disponeva prima, per impegnarsi nella battaglia decisiva che include, per interposta persona, anche un controllo più stringente sul Corriere della sera, un giornale capace di spostare i voti di un considerevole numero di elettori indecisi”. E se il centro sinistra non mette dei paletti molto fermi potremmo anche ricevere “la cartolina dalle Bahamas” ma potrebbe cambiare tutto perché non cambi niente. “In primo luogo bisogna arginare il trasformismo più indecente; impegnarsi a combattere mafia e camorra; radere al suolo le leggi-vergogna; bandire i condannati dal parlamento; abrogare la Gasparri e sul modello di quanto ha fatto Zapatero liberare la Rai dai partiti e cioè sottrarre a soggetti privati un servizio pubblico che appartiene ai cittadini”.
Sul dato drammatico di una Italia immersa nel pantano dell’illegalità ad un livello mai raggiunto prima si è soffermato Elio Veltri che ha fornito i numeri impressionanti dell’evasione fiscale e del fatturato da capogiro delle mafie. Cifre che da sole basterebbero a pareggiare e a risolvere il debito pubblico.
Achille Occhetto sintetizza così la mattinata “programmatica” indetta dal Cantiere “Non basta spazzare via la classe dirigente di destra, dobbiamo spingere per cambiare anche la classe dirigente di sinistra”. Per mettere in guardia dal gattopardismo dilagante che rende appetibili anche gli intimi di Totò Cuffaro, Paolo Sylos Labini richiamandosi al suo maestro Salvemini ha spiegato come la Resistenza abbia scongiurato un approdo neo reazionario della democrazia italiana. E ha posto ancora una volta l’accento su quella Costituzione che Occhetto definisce “la più bella del mondo”, un argine al regime in atto ormai da troppo tempo e che, guarda caso, nel discorso di investitura del “nuovo” governo, Berlusconi ha ribadito di voler travolgere.